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Sly Stone, alias Sylvester Stewart, ha sempre vissuto la musica in maniera viscerale, cruda e ribelle. E’ il leader, degli Sly & Family Stone, e lo fa notare: nei testi delle canzoni, diretti e accusatori, come nel sound, esenziale ma sporco quanto basta per toccare note di anticonformismo. E’ un personaggio, dentro e fuori dal palco: look “afro” e capelli rigorosamente crespi e gonfi, a ribadire la sua vera origine “non anglosassone”. Sly scrive canzoni che vanno dritte al nocciolo delle questioni: il dissenso per la guerra nel Vietnam, lo sdegno per la condizione dei cittadini di colore negli USA, e grida ad alta voce l’orgoglio di essere un “nigger”, un uomo di colore. “There’s a riot going on” forse non è uno degli album migliori della Sly & Family Stone, ma è sicuramente il più politicizzato. La miscela di Soul, Funky e psichedelica funziona alla grande. Il ritmo è sempre trascinante, il “feeling” al massimo della tensione: “Africa talk to you, asphalt jungle” diventa allora un chiaro atto di accusa contro lo “sbirro”, figura che simboleggia lo strapotere dei bianchi nella società dell’epoca ( correva l’anno 1970). Mentre “(You caught me) smilin” si colloca nella migliore tradizione del Funky (sudore , tanto ritmo e un ritornello cantabile), “Spaced cowboy” è una parodia delle ballate Country, con tanto di Yodel volutamente accentuato, che cela un sottile disgusto verso certa musica per bianchi. Cariche di Funk sono anche “Luv n’haight” e “Poet”, due brani che mantengono alti il calore e la fisicità degli arrangiamenti. Ci sono tuttavia momenti di leggerezza, come la ballad “Just like a baby”, che rimanda allo stile della Soul music anni ‘50, ma anche di riflessione, come in “Family affair”, dove vengono analizzate scottanti questioni sociali. Gli Sly & Family Stone, dopo questo esaltante episodio( loro quinto lavoro in studio e buon successo commerciale), diedero vita a pochi altri album interessanti. In compenso, sono stati protagonisti di un insolito destino: non sappiamo con quale grado di consapevolezza, ma la loro carica espressiva generò influenze, in contesti musicali diversi dal loro e lontani negli anni. In primo luogo nel Jazz di Miles Davis, che si ispirò anche al loro sound per la realizzazione di album epocali quali “Bitches Brew”, “Jack Johnson”, “Big Fun” e “On the corner”. Avvicinandoci ai giorni nostri, chi meglio del Prince degli esordi può dire di aver attinto al loro stile e al loro modo di fare musica? Questo stesso insolito destino porterà il gruppo allo scioglimento, verso la metà degli anni ’70, dopo un lungo e consolidato successo. I motivi di un tale ritiro possono essere imputati a diverse cause. Forse il loro “ciclo” artistico era terminato, o forse diverse erano ormai le esigenze di un mercato discografico in continua evoluzione, o forse perché molte delle situazioni reali e dei conflitti sociali espressi con la loro musica si erano conclusi: la protesta studentesca e il ’68, le rivendicazioni sociali delle classi operaie, le lotte per l’uguaglianza tra neri e bianchi e, con esse finì anche la volontà da parte delle nuove generazioni di costruire un futuro più giusto e un mondo migliore.
Articolo del
29/07/2003 -
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