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Primo Luglio, Stadio Olimpico di Roma, 60, forse 70 qualcuno dice 80 mila spettatori. Al centro del prato un palco architettato nei minimi particolari, lungo oltre 100 metri e largo fino ad incontrare la pista di atletica che separa il rettangolo verde dalle tribune. Assomiglia ad una rampa di lancio, ad una pista di volo e atterraggio, o forse più eroicamente ad un ponte, con tanto di strutture portanti agli estremi, sui quali sono montate le casse dell’amplificazione. Al centro della pista un palchetto rialzato, quasi quadrato, rifugio e ribalta del protagonista. Ai suoi fianchi, da una parte la piccola piattaforma per la band, e dall’altra lo spazio per l’orchestra di trenta elementi. Tutt’intorno, variegate installazioni, “una foresta virtuale”, una giostra di bottiglie, sfere di metallo luminose, lunghe strisce di stoffa di tanti i colori, pronte a volare. A cercarlo, il volo, alle 21 e 30 circa è lo spettacolo di Claudio Baglioni, ormai un icona della musica leggera italiana. -----------------------------------------------------------------E’ da vent’anni che il cantautore romano smussa, allarga, stringe, modifica, risciacqua “il” suo concerto. Forse una serena follia alla ricerca dello show perfetto o più semplicemente di un concerto sempre diverso da sé stesso. Ci ha provato suonando e cantando da solo, accompagnato soltanto da alcune sequenze registrate (“Assolo”), ci ha provato riempiendo le piazze d’Italia (Piazza di Siena a Roma, un oceano di persone già nel 1982, “Alè-oò”), poi immergendo un palco circolare, senza fronte ne’ retro al centro della folla di uno stadio (“Assieme”), o ancora suonando sopra un camion scoperchiato col quale girava l’Italia e si fermava dovunque ci fosse spazio (Tour Giallo di “Io sono qui”), e infine cercando l’essenza della canzone, da solo col suo pianoforte, nei teatri più importanti d’Italia (“Incanto”). Stavolta sul palco futuristico nel progetto del quale anche lui ha messo mano e testa, ha voluto che salisse proprio il pubblico: centinaia di figuranti, danzatori, giocolieri, coppie che danzavano il tango, ballerini acrobatici, funamboli, mangiatori di fuoco, ginnasti, sportivi, atleti delle arti marziali. Alcune decine creano suggestive coreografie cromatiche agitando a tempo, bandiere, stoffe, braccia, lazzi, interagendo con la scenografia e con le installazioni disseminate intorno al palco-ponte. Altri si uniscono a Baglioni in sfrenate coreografie di onde di braccia e volti e corpi umani. Entrano a gruppi, dai sottopassaggi, vanno a sistemarsi al posto loro assegnato sul palco, poi attenti e soddisfatti abbandonano via via la scena, per lasciare posto ad altri, diversi nei costumi e nei gesti, ma tutti sotto gli occhi del pubblico curioso che, un orecchio alla musica e un occhio a queste giovani comparse, si lascia trasportare. E’ questa dunque la nuova tappa, uno spettacolo dove la musica interagisce con tante altre persone, anche insieme sullo stesso palco, e non più solo sugli spalti. --------------------------------------------------E le canzoni? Ci sono, ci sono tutte. Per non correre il rischio di dimenticare qualcosa, Baglioni parte da solo con la chitarra a tracolla, a fare il giro del campo, snocciolando spiccioli dei suoi successi più famosi: “’51 Montesacro”, “Signora Lia”, “I vecchi”, “E tu come stai”, “Sabato pomeriggio” ecc. ecc. Il pubblico canta a squarciagola. Poi tocca alle luci, alla musica più muscolare. La band, capitanata da Paolo Gianolio, e con un Lele Melotti in più nel motore, sa fare la differenza. Claudio Baglioni sa bene che nel suo concerto da stadio, certe cose fanno più presa. Così “Sono io”, il pezzo che apre il nuovo album, è perfetta per scaldare subito ugola e mani, e a seguire “Strada Facendo”. E’ una notte da inni, tutto è energicamente tirato al massimo, e “Acqua dalla luna”, “Grand’uomo”, “Un nuovo giorno un giorno nuovo”, “Bolero”, ”Dagli il via”, ”Stai su”, ”Cuore di aliante” sono tutte storie diverse, ognuna con una sua vicenda, con un suo volto. Ma la notte dell’olimpico, dello stadio che trabocca, per questa volta ha solo voglia di cantare, non c’è tempo per le sottigliezze. Conta relativamente se queste canzoni piacciano o no. E’ come se dietro ad ognuna di esse ci fosse una professionalità, una coerenza artistica e professionale che riscatti un marchio di fabbrica fin troppo riconoscibile. Intanto lo spettacolo si arricchisce sempre di nuove immagini, le coreografie disegnate da Luca Tomassini, e la regia guidata da Pepi Morgia, devono ammaliare, prima ancora che raccontare. C’è anche l’orchestra Ars Musica, sorprendente nel prestarsi a duettare ironicamente col protagonista Claudio, agitando ritmicamente mani e archetti, ma impeccabile nel plasmare le dense armonie di ”Avrai”, di ”Poster” o di ”Tutto in un abbraccio”, ballata estratta dall’ultimo disco del cantautore. In ”Le Vie dei Colori”, la coreografia disegna davvero i riflessi cromatici dei tre colori fondamentali, mentre in ”Noi no”, i figuranti si stringono intorno a Baglioni, sollevando le braccia verso il cielo dell’Olimpico. Il pubblico c’è, apprezza, chiede e viene accontentato. Vuole ”Mille Giorni di te e di me”, vuole ”Questo piccolo grande amore”. Baglioni ringrazia ed elargisce, instancabile. Regala pure troppo, e, come purtroppo talvolta gli accade, si lascia andare, esagera un po’, calcando troppo l’enfasi e caricando forse più del dovuto il senso di una notte di musica e arte varia, come la definisce lui. La nuova sostanza del suo concerto Baglioni la coglie, e la cerca così, in questo spettacolo dalle tante facce, e dai polmoni sfiancati per tre ore ininterrotte di musica. La musica trascina i cento e cento performers a da loro si fa trascinare. L’equilibrio è un’impresa ardua, è troppo chiederlo a un cantante di musica leggera, che se non fosse un po’ narciso forse non farebbe quel mestiere. Di negativo di sicuro c’è l’inutile passerella dalle tribune verso il palco di alcuni “vips” presenti al concerto: da Clarissa Burt a Teo Mammuccari, da Roberta Capua a Fabrizio Frizzi e altri ancora. Decisamente inutili, ad eccezione del sempre amatissimo Renato Zero, al quale però avremmo fatto cantare qualcosina in più che non il ritornello di Poster. Inutili anche gli schermi che proiettano le immagini del concerto, posti lungo il palco per facilitare chi non si è portato i binocoli, ma che risultano quasi a grandezza naturale, e quindi non facilitano affatto la visione. Alla fine il pubblico può avere la sensazione di arrivare solo sulla soglia, forse troppo lontano dal proscenio, e fisicamente riesce solo a scorgere il volto e le fattezze degli artefici. Forse l’essenza di uno spettacolo di musica pop è proprio quello di non saziare mai abbastanza. La gente si sgola e si sbraccia, qualcuno vorrebbe qualche pezzo meno famoso, qualche chicca da raccontare a chi non c’era. Qualcun altro applaude i giovani figuranti che si alternano sul palcoscenico, e si domanda se Claudio Baglioni sia il “profeta” a tratti delirante che appare sui manifesti che pubblicizzano il concerto in città a braccia aperte e sollevate al cielo, con in evidenza la scritta IO di ClaudIO (che ha fatto ironizzare qualcuno sulla eventualità che la prossima volta ad essere sottolineata non sarà magari direttamente il sintagma DIO in ClauDIO) insomma con un’ espressione un po’ “pontificante”, o piuttosto l’ironico guascone, che scherza con Fazio, con Bisio, con Fiorello e che sul palcoscenico sa divertirsi come un bambino. La notte dell’Olimpico non sembra fatta per chiarire la sostanza dell’equivoco. Baglioni ha troppa voglia di trascinare il suo pubblico e di vedere che effetto fa il suo concerto per intero sui suoi tifosi, su sé stesso: ”Io sono qui”, ”La vita è adesso”, ”Via”. Sono le ultime cartucce che lui e la sua band scaricano per aria, l’Olimpico applaude e ringrazia, lui fa lo stesso. Applaude i 300 giovani figuranti che lo hanno sostenuto, la sua banda, l’orchestra, la gente sugli spalti che gli perdona qualche patetismo di troppo. Il resto lo fa la notte che accompagna tutti verso casa. Per il concerto perfetto c’è sempre tempo.
Articolo del
17/08/2003 -
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