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Jason Kay deve molto del suo successo, oltre che alla sua tenacia, anche ad altri “fattori esterni”, se possiamo chiamarli così. Deve l’amore per le culture “diverse” agli Irochesi, nativi americani dal cui ceppo etnico discende e dal cui nome deriva quello della sua band (Jam-Iroquai); a sua madre, cantante di Jazz, che lo ha allevato fin da piccolo ad amare la musica e a corteggiarla; a madre natura, che lo ha dotato di una voce cristallina e sicuramente poco comune; alla giovane età in cui è arrivato al successo, che gli ha aperto tutto un mondo di possibili mete artistiche, molte delle quali non ancora raggiunte; al suo maestro spirituale, o fonte di ispirazione che dir si voglia, Stevie Wonder, la cui vocalità e il cui estro compositivo sono un faro per Jason; ed in ultimo, al Funky-dance anni ’70 e alla Soul music tutta, che sembrano avergli dato, almeno nei primi tre album, ottimo propellente. Detto questo, i contorni del personaggio sono sicuramente più nitidi: eclettico, colorato, allegro, appassionato di calcio e di motori ( possiede quattro Ferrari e due Lamborghini, quella che si dice una vera passione…), Jason Kay ha cercato di identificarsi in un suono preciso, che rivela anche una filosofia di vita e un suo modo di fare musica. All’interno della band ci sono basso, batteria, sinth, tastiere e piani elettrici di vario tipo, una sezione fiati essenziale (tromba-sax-flauto) e, sul versante etnico, percussioni a non finire, che sono un costante ma mai monotono sottofondo, e il Didjeridoo, strumento di origine australiana, costruito dagli aborigeni e suonato nella band da un eccezionale musicista, anch’egli aborigeno, che risponde al nome di Wallis Buchanan. Dopo questa lunga premessa, a me sembra che le carte in regola per il successo Jason Kay le avesse già da tempo: il suo è, come sempre più raramente succede nella musica leggera, un successo meritato. ----------- Parliamo adesso di questo “The return of the space cowboy”, forse ( sembrerà un eccesso di lode) uno dei migliori album di tutti gli anni ’90, non solo per estro e creatività, ma anche per qualità del prodotto finale, come si dice nel gergo del marketing. Jason, assieme a tutta la band, rischia di suo, si butta nella mischia, e a quanto pare il gioco gli riesce. L’album è comunque pieno di rimandi e citazioni: l’immancabile Stevie Wonder in “Half the man”, che sembra presa direttamente da un vecchio LP della Motown; “Just another story” e “Light years”, colonne sonore in stile “Shaft” o “Starsky &Hutch”; il Funky di “Manifest destiny”, la sperimentazione sonora di “Journey to Arnhemland”, e poi tanta fantasia ed estro come non se ne sentiva da tempo. I brani che forse creano, come si usa dire oggi, un vero trend, ripreso dai Jamiroquai anche nei lavori successivi, sono due: “Space cowboy” e “Stillness in time” . “Space cowboy” è il primo singolo estratto e quello che dà il titolo all’album (come vuole la tradizione immediatamente clonato in versione remix per le discoteche): i Jamiroquai sono al massimo del groove strumentale, la voce di Kay è calda e allo stesso tempo carica di feeling; “Stillness in time” è un vero torrente di idee: una chitarra decisamente samba si unisce al solito stuolo di percussioni, il tutto condito con un eccellente flauto traverso e con la voce di Jason che stavolta deve tutto, o quasi, al maestro Stevie. Siamo giunti ormai a fondo pagina e quasi me ne dispiace, avrei voluto dire dell’altro. Purtroppo il tempo è tiranno e il prossimo foglio sarà bianco, una paura che, chi si cimenta nell’arte dello scrivere, certamente conosce. ------------------- Le mie ultime parole sono un consiglio appassionato. Lasciatevi pilotare dal cowboy della spazio: l’atterraggio sarà morbido, ma non su questo pianeta.
Articolo del
18/08/2003 -
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