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Fender Rhodes, Electric Piano, Honer D5, Clavinet, Harp Odyssey Sinthesyzer, Pipes: sono solo una parte degli strumenti sui quali il nostro Herbie Hancock ai tempi di “Headhunters” si diletta. L’assurdo era che un pianista del suo livello, bravo, capace e talentuoso, ritenuto degno di considerazione perfino dal “divino” Miles che lo volle al suo fianco per siglare album indimenticabili, si facesse coinvolgere in una musica sporca, dura, dozzinale, piena di elettronica e sudore…i puristi del Jazz gridarono allo scandalo, “Headhunters” invece vendette milioni di copie nel corso degli anni. Quando fu dato alle stampe, nella metà dei ’70, la Black music era in pieno fermento. James Brown era l’idolo dei ghettizzati e le Black Panter, le “Pantere Nere”, gridavano ancora con forza il loro orgoglio razziale all’America tutta che, impaurita, guardava il mondo dei neri affacciarsi alla ribalta per la prima volta nella storia: tale risveglio era il naturale riflusso dei movimenti per i diritti civili del ’68. Erano gli anni della “Blackxploitation”, una vera e propria “esplosione” di cultura afroamericana. La scelta stilistica di “Headhunters” si pone anche in un contesto di queste dimensioni, in un clima di fermento, di voglia di mettersi in mostra e di sperimentare.------ Sono i nuovi suoni dell’elettronica che affascinano Herbie Hancock, Bennie Maupin, Paul Jackson, Harvey Mason, Bill Summer, cinque musicisti preparati e per nulla “dozzinali”, come li giudicarono i jazzofili in segno di diniego, cinque musicisti che partono dal Jazz per esplorare nuovi confini, abbandonandosi ai ritmi latini segnati dalle percussioni di Summers o al “Blues feeling” del sax di Maupin.------- Hancock in tutto questo non è affatto uno spettatore impaurito: mette il virtuosismo e la sua classicità di jazzista e a favore del Funk, miscelando suoni ed idee proprio come avrebbe fatto Davis, a favore di una musica meno cererebrale rispetto a quella del trombettista nero ma non per questo di più facile esecuzione. Il risultato sta in “Chameleon”, uno dei must del repertorio hancockiano, o in “Watermelon man”, rilettura di un suo vecchio classico degli anni ’60: le Pipes aprono il brano il cui intro è in stile divertissement, ma con l’entrata del piano e del sax la melodia si distende e i cinque spiegano le loro intenzioni musicali con un giro Blues e un semplice canto del sax che, come in “Chameleon”, rimane impresso nella mente dell’ascoltatore. Si continua con “Sly”, veloce e serrata cavalcata che supera i nove minuti, nella quale si mettono in evidenza il basso di Paul Jackson, le percussioni di Bill Summers (una costante dell’album) e la batteria di Harvey Mason, suonata sempre con energia ma con uno stile inconfondibile.---------- Il viaggio sonoro ha la sua fine (o dovremmo dire il suo principio) con “Vein melter”, una ballad con tanto di clarinetto basso, archi sintetizzati e un andamento ipnotico, molto vicina alle sperimentazioni del Free-Jazz come alle atmosfere alla Weather Report, il tutto sostenuto da un libero “flusso di idee”, unico vero filo conduttore che lega le sonorità del quintetto. “Headhunters”, come molti altri in quegl’anni, è più di un album: è lo specchio di un modo di fare musica e uno dei manifesti sonori dei ’70, anni sicuramente difficili, “puri” ma non immacolati, e forse proprio per questo meno effimeri dei nostri.
Articolo del
26/08/2003 -
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