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Il cognome non è sicuramente dei più fortunati: Cocker, come la razza canina. Se guardiamo meglio, neppure l’aspetto: non era certo un sex symbol Joe, con le basette e i lunghi capelli appiccicosi, quasi sempre merito delle eccitate performance e di una trascuratezza nel look. Forse le sue origini saranno state nobili: ma neanche per sogno. Suo padre era un minatore di Sheffield e Joe, se non avesse scelto la musica, probabilmente sarebbe stato costretto a seguire le orme paterne. Allora, cosa mai poteva avere questo ragazzone di poco meno di trent’anni che incantava le folle? La voce. Una voce scura, sofferta come poche, potente, che lo faceva confondere facilmente con un cantante nero di mezza età, ed una carica emotiva che col tempo sarà anche fonte di guai (abuso di droghe ed alcool) ma che, almeno nei primi tre album della carriera, gli darà una marcia in più.------- Quasi da subito l’amore per il Soul e il R&B dettarono legge, due stili che fanno da legame ideale per tutte le sue interpretazioni: ma le canzoni in questione sono solo il punto di partenza per esprimere emozioni forti e vere, uno stimolo a tirar fuori tutta la sua vitalità e passione di Soul singer. Fu così che a 26 anni, su una “linea d’ombra” canora (perché aveva una voce anagraficamente già matura), Joe Cocker pubblica quello che è, assieme a “With a little help from my friend”, uno dei suoi album più belli, il vitale e frizzante “Joe Cocker”. Si inizia con “Dear Landlord” di Bob Dylan, qui resa come un Country-Soul trascinante. Sul versante del ritmo, preannunciata dal piano di Chris Stainton in stile “saloon”, c’è “Hitchcock railway”, dove il coro femminile fa da contro altare alla voce carica di Cocker.------- Le cose migliori di “Joe Cocker” stanno però nelle ballads. In questa versione “Bird on the wire” di Leonard Cohen, lo diciamo senza esagerare, è forse superiore all’originale, e “Something” ci lascia addosso una tensione emotiva che raramente troviamo in altre interpretazioni del repertorio beatlesiano. Per rimarcare il suo amore verso la musica dei Beatles, il talento di Sheffield inserisce nell’album un altro loro classico, “Let it be”. Il feeling è quello dei migliori, e la voce lievita dove il collega McCartney, seppur bravo, non tocca l’ascoltatore. Per il resto, “Joe Cocker” ha qualche pecca (vedi “That’s your business” e “She’s good to me”), ma a pensarci bene poco evidente, visto che per Cocker questo era il secondo disco di una carriera che si prospettava lunga e tutta in ascesa. Purtroppo, dopo un periodo tutto “sesso, droga e Rock’n’roll”, Joe subisce un forte esaurimento nervoso e un calo artistico che lo accompagnerà per buona parte dei ’70: tornerà nei cotonati ’80, disintossicato, ingrassato e forse un po’ stanco, ma desideroso di dire ancora la sua. ----- Rischiando però di essere un tantino nostalgici e anche un poco cattivi, noi preferiamo ascoltarlo nel pieno dei suoi vent’anni, difetti compresi.
Articolo del
10/09/2003 -
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