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Bob Marley, un artista tra i più grandi del nostro tempo. Milioni di seguaci sparsi per il mondo e centinaia di band che suonano ancora la sua musica, il Reggae, che poi è la stessa di Shaggy, degli UB 40, degli Africa United, dei Police, degli Alma Negretta, per un elenco si estenderebbe all’infinito. Solo John Lennon, Mick Jagger e pochi altri hanno saputo affascinare le folle, incantare, convogliare emozioni al pari di lui. Il suo Reggae è musica di un angelo. “Uprising” è indubbiamente l’album con la “a” maiuscola, quello che i più ricordano, quello che tutti amano. Il motivo sta in “Redemption song”: canzone di protesta, bella ed immortale perché affronta il concetto di dignità umana. Molte canzoni raccontano storie, “Redemption song” narra la “Storia”, e lo fa con una forza che proviene dalle note di una voce e di un semplice chitarra acustica, come nella tradizione popolare di protesta, come nelle canzoni di lotta. “Old pirates yes they rob I \ Sold I to the merchant ship”: paradossalmente c’è più sentimento Blues in queste poche parole che in tanti brani di Clapton, di B.B,King, di Stevie Wonder, di James Brown, che pure hanno attinto alla fonte del Blues, che pure sono debitori di questo linguaggio e ispiratori per intere generazioni di musicisti. La nave dei pirati, la stiva dove venivano gettati i prigionieri, la resurrezione sociale e culturale preannunciata dopo secoli di sofferenza e martirio: sono il quadro di una moderna Odissea, di una deportazione cominciata dalle coste africane e finita in quelle della neonata America. Marley canta il viaggio di un popolo, con rabbia, con fierezza, e se “Uprising” è uno dei suoi ultimi lavori in studio, “Redemption song” è un vero e proprio testamento spirituale. Prima ci sono state “No woman no cry”, “Is this love”, “Jammin’”, il successo discografico, i bagni di folla nei concerti e la fama. Poi c’è stata la morte, che lo ha colto nel momento più bello, quello della maturità d’artista. Una morte inaspettata, tragica, eppure voluta. La causa fu un tumore, diagnosticatogli dopo le analisi di routine per un banale incidente al piede. All’epoca della diagnosi Marley rifiutò, con consapevolezza ed ostinazione, tutte le cure, tutte le terapie, per affrontare la morte a viso aperto, come aveva fatto, da sempre, con la vita.
Articolo del
30/09/2003 -
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