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La notte del 17 maggio 1980 Ian Curtis a soli 23 anni si impicca nella sua casa, al 77 di Burton Street nella cittadina di Macclesfield; dopo aver passato la serata isolato, si dice vedendo prima la partita di calcio tra Galles e Inghilterra; sicuramente dopo la visione di Stroszek, capolavoro di Werner Herzog, e aver ascoltato The Idiot di Iggy Pop, che la mattina successiva, quando Deborah, la moglie di Ian, entra in casa è ancora sul piatto del giradischi. Lo stesso indomani i Joy Division avrebbero dovuto partire per il loro primo, mancato, tour statunitense. Fa tuttora impressione ripensare che Ian abbia assistito da solo alle ultime immagini di Stroszek, in cui il protagonista Bruno S. finisce la sua esistenza sparandosi, sconfitto, isolato e depresso, su una funivia ai margini di un luna park indiano, nel Wisconsin del Nuovo Mondo, dove era andato, con la sua Eva e il vecchio Scheitz, a cercare la dignità di un'esistenza che la Germania della vecchia Europa non gli aveva concesso. E fa anche un certo effetto ripensare che solo qualche settimana prima Ian avesse già tentato il suicidio, imbottendosi di Fenorbital, così come una notte di gennaio aveva collassato, dopo aver scolato una bottiglia di Pernod in completa solitudine. Tutti sappiamo della epilessia di Ian, del complicato rapporto con Deborah e la loro figlioletta Nathalie (soprattutto dopo la relazione di Ian con la giornalista belga Annik Honorée) e in definitiva di quell'amore che ci farà a pezzi, come recita la lapide tombale voluta da Deborah, che riporta il titolo di uno dei pezzi più belli della storia della musica e sicuramente il singolo più famoso di Joy Division: Love will tear us apart...
Eppure, trenta anni dopo, l'effetto Ian Curtis e il suono Joy Division è più che mai presente nelle onde sonore che girano tra rete, strade e locali, basti da ultimo sentire la chitarra che entra a metà di Sun The Rain di Ellen Allien (e anche You, sempre in Dust, BPitch Control, 2010). Ma se da una parte la filiazione è esplicitata e diretta – si pensi alla tarda new wave di ritorno: da Interpol e The National, per dirne solo due tra i migliori – ci pare che i frutti migliori e duraturi dell'ondata scura, gelida e poetica dei Joy Division siano rintracciabili nei germogli sonori che dalla Haçienda di Manchester (creatura di New Order, del produttore tardo-situazionista Tony Wilson e della sua Factory Records) sono sbocciati nelle sonorità elettroniche dell'ultimo ventennio. Ripenso a un dj set di qualche anno fa dell'esaltato, quanto imbolsito, Peter Hook – basso inconfondibile di JD e New Order – al Brancaleone qui a Roma. Fu un continuo andirivieni da Out Of Control di Chemical Brothers alla cover di Shadowplay di The Killers, passando per Stone Roses e Primal Scream, ma soprattutto, prima di concludere tra NO e JD, squarci di frammenti presi da techno ed elettronica dei '90s, fino a Squarepusher, al quale del resto si deve una delle più belle versioni di Love Will Tear Us Apart. E drum'n'bass di Atrocity Exhibition in apertura di Closer aprono ritmiche a venire da opprimente dance hall verso l'alba, come poteva capitare in qualche frammento di nottata allo Uonna Club di Roma: “This is the way, step inside”. Eppoi Movement, (basti pensare a The Him, piuttosto che Truth) primo episodio New Order post-JD, è già immerso nella cupezza astratta, melanconica e nervosa, di bassi e batterie in evoluzione verso la dance che verrà, con Blue Monday e Bizarre Love Triangle e le loro versioni techno, acid-house e IDM suonate nella scena rave che proprio la Haçienda di Manchester cullerà tra '80s e '90s. Non a caso Sofia Coppola nel sottofondo del party di Marie Antoinette, inno senza tempo all'adolescenza che i poteri di tutte le epoche vogliono repressa, manda Ceremony, pezzo JD nella versione New Order, per poi alternare frammenti di Siouxsie e The Cure con altri proprio di Aphex Twin e Squarepusher. È l'esplicitazione di una estetica di fine millennio che lega l'oscura decadenza industriale inglese all'ingresso nella post-modernità, affrontata prima rabbiosamente nell'effervescenza dell'Anarchy Tour di Sex Pistols & co. (frequentato tra il pubblico da Curtis e soci) e poi già ossessivamente nella dark&gothic sconfitta depressiva Thatcheriana del lungo trentennio liberista, dominato dall'individualismo più spietato e dalla solitudine esistenziale più patologica.
Curtis visse la miseria della propria condizione di giovane, ancora quasi adolescente, ma già padre, artista squattrinato nel tramonto di un'epoca, sperando nella salvezza; Deborah ricorda che “vedere quella sera i Sex Pistols fu per Ian la conferma che la vita poteva offrirgli altro da una carriera nel pubblico impiego”; che a quell'epoca neanche aveva. E soprattutto la possibilità di cantare la propria inadeguatezza a vivere confrontandosi con gli artisti che leggeva. In un concerto imprevisto dell'ottobre 1979 al K Palace di Bruxelles, a fianco dei seminali Cabaret Voltaire, si narra che Ian Curtis abbia incrociato tra il pubblico il suo idolo letterario William S. Burroughs, che però lo evitò; mentre più di vent'anni dopo il “prete” realizzerà con Kurt Cobain il delirante monologo-chitarra The Priest They Called Him...
E sopravvissuti all'ultimo trentennio del '900, malgrado il monito Afterhours (non si esce vivi dagli anni Ottanta), ecco sperimentazioni e intuizioni che permangono anche in questi principio di anni dieci del nuovo millennio, quando è possibile incrociare teenagers con la maglietta nera di Unknown Pleasures nell'infuocata dance hall del Corsica Studios di Elephant&Castle a London, piuttosto che al Panorama Bar di Berlin. Perché tra i bassi fumosi, le batterie ossessive e le liriche melodie metropolitane di Archangel di Burial e di Moth di Four Tet + Burial batte ancora l'Heart And Soul di Ian Curtis e di molti adolescenti di tutte le età...
Articolo del
18/05/2010 -
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