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Auditorium Parco della Musica
C'era una volta l'Auditorium di Roma...
1/06/2010
di
Eugenio Vicedomini
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C’era una volta l’Auditorium di Roma, struttura polifunzionale nata agli albori del XXI secolo con tre sale per i concerti ed un anfiteatro all’aperto. L’obiettivo era quello di regalare ai romani una vera e propria città della musica degna di una grande capitale europea, andando finalmente a colmare un gap plurisecolare. Tre sale (la Santa Cecilia, la Sinopoli, e la Sala 700) per ospitare concerti di ogni genere e tipo. Foderate internamente da ciliegio, si ergono come tre bomboniere in mezzo all’area verde di Villa Glori creando all’interno tre imponenti casse armoniche.
A distanza di alcuni anni, pur essendo riconoscente della boccata d’ossigeno portata da questo nuovo polmone culturale, la strategia asso pigliatutto non è esente da critiche. Ci sono diversi fattori che mi spingono a dire che l’Auditorium non è uno spazio adatto ad ospitare eventi di musica rock (comunque concerti che richiedano una sezione ritmica composta da basso e batteria). In primis l’acustica, pessima. Durante i concerti, la batteria (spesso troppo riverberata) sembra un corpo estraneo dal contesto armonico. I bassi e i colpi di cassa e rullante rimbalzano tra le mura della sala e si fa fatica a distinguere la voce e gli altri strumenti. Nella Sala Santa Cecilia (la più grande delle tre) quando il sound non è proprio un’accozzaglia distorta, spesso capita di sentire in maniera totalmente diversa a seconda che lo spettatore stia in platea o in galleria. E per fortuna lo chiamano Auditorium! In secondo luogo, l’architettura, protesa al Cielo, sembra volersi negare a quella musica che sa di ambiente fumoso e che molte volte ha preferito Mr. Luis Cifer a Dio, quasi a voler ricordare che il rock non abita da quelle parti. In strutture così eleganti, imponenti e solenni, i concerti rock risultano alla fine piuttosto freddi ed anonimi per la mancanza di tensione emotiva ed interazione tra artista e pubblico che sono i fattori essenziali della liturgia rock. In terzo luogo, il pubblico rockettaro rifugge un luogo per location così perbenista: ed ecco che un concerto di Lou Reed è applaudito da un pubblico di stampo radical chic pariolato, contento di non aver capito nulla ma comunque di aver assistito ad un evento di “tendenza”. Infine l’ambiente dell’Auditorium che (nonostante gli sforzi della premiata ditta Assante/Castaldo) è culturalmente impreparato a recepire eventi rock oriented. Durante l’inizio di un bis, ci si può imbattere in una hostess che sale sul palco e vieti il fumo di una sigaretta (dico una sigaretta!) ad una musa come Marianne Faithfull.
Gli interpreti italiani sono a conoscenza di tutto questo ed evitano di esibirsi all’Auditorium, per quanto possibile. Gli stranieri, invece, sono le vittime predestinate: Patti Smith, Blonde Redhead, Lou Reed, Milton Nascimento per citare alcuni nomi.
Siamo in una sorta di contrappasso dantesco: che amare il rock sia davvero peccato?
Articolo del
01/06/2010 -
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