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Amy è morta, e la cosa mi duole molto. Una bravissima cantante, un personaggio che spaccava, un’anima fragile, una ragazza tormentata e sofferente. Tutto questo mi rende triste. Davvero.
Come essere umano, come padre, come amante della buona musica. Detto questo, non posso tacere il mio sdegno incazzato e profondo, che mi porta a librare il mio contro-canto verso le immonde idiozie che sono stato costretto a leggere in questi due giorni.
Paragoni folli, richiami incongrui e impropri, vile sfruttamento dell’evento tragico per usare ancora una volta – e non sarà l’ultima: aspettatevi ora un profluvio di gratest hits, live, bootleg, outtakes etc. etc. (ricordate Buckley?) – l’immagine della povera Amy. Kurt Cobain? Janis Joplin?? Jimi Hendrix??? Jim Morrison????? Ma dico, siamo pazzi?
Amy Winehouse aveva pubblicato due album: Frank, nel 2003 e Back to Black nel 2006. Il primo era stato apprezzato soprattutto dalla critica, il secondo era stato un successo mondiale.
Dischi molto interessanti, che si basavano sulla sua bella voce e su una produzione ineccepibile, intelligente (e anche furba), che aveva ricreato un accattivante sound vintage, ma certamente non dei capolavori assoluti. In ogni caso, album neanche lontanamente paragonabili, quanto a qualità, innovatività, impatto sonoro e sociale, ai lavori dei Nirvana, e soprattutto a quelli dei Doors, di Jimi Hendrix, di Janis Joplin, artisti che avevano contribuito a una vera e propria rivoluzione musicale e culturale e che avevano segnato le vite di milioni di giovani in tutto il mondo.
Personaggi davvero contro, percepiti con terrore dall’establishment dell’epoca – che li combatteva senza pietà – in quanto realmente capaci di influenzare le menti dei loro fans, indirizzandole contro il sistema, che le avrebbe invece volute allineate e coperte. Artisti la cui tossicodipendenza non era ciò che li contraddistingueva, ma era solo uno degli aspetti – necessario, funzionale, in un certo senso – delle loro personalità creative e ribelli. Amy, invece, era parte del sistema, che ha sfruttato le sue dipendenze per farne un personaggio, un prodotto di consumo. Vintage, come la sua musica, ma pur sempre un prodotto di consumo.
Uno dei miei fratelli in musica mi ha detto che a dire ‘ste cose mostriamo la nostra non più giovane età; bene, lo accetto, anche se non mi fa piacere ammetterlo, ma credo di essere nel giusto. E allora lasciamo Amy volare via in pace, con la sua bella voce, la sua profonda tristezza, la sua violenta fragilità. E senza il fardello di paragoni improponibili. Che lei non avrebbe voluto.
Articolo del
25/07/2011 -
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