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Inutile girarci intorno: l’improvvisa scomparsa di Dalla ha colpito tutti, anche quelli che il cantautore bolognese non l’avevano mai davvero seguito e/o che magari avevano smesso da un pezzo di comprare i suoi dischi. Il punto è che anche coloro che la musica italiana la disdegnano non possono fare a meno di conoscere – e magari anche a memoria - tre canzoni che rappresentano altrettante diverse fasi della carriera di Dalla e che sono dei cardini della nostra canzone d'autore: trattasi, com’è ovvio, di 4/3/1943, L'anno che verrà e Caruso. Tre sempreverdi superclassici, che resteranno nella storia della musica e del costume italiano nei secoli dei secoli. O, perlomeno, fino a che non arriverà un meteorite a mettere fine per sempre a questa valle di lacrime.
Detto questo, vale la pena ribadire – in special modo per i neofiti – che il mito di Lucio Dalla resta indissolubilmente legato ai quattro album che incise verso la fine degli anni Settanta sotto la supervisione del produttore Sandro Colombini; quelli in cui fra l’altro, per la prima volta, l’artista emiliano si scrisse tutti i testi da solo rivelando (fino ad allora) insospettate capacità poetiche. A partire da Com’è profondo il mare (1977), passando per Lucio Dalla (1978) e Banana Republic con De Gregori (1979) e arrivando a Dalla (1980), questa impareggiabile tetralogia fissa il momento in cui Dalla entra davvero, e definitivamente, nel pantheon dei massimi cantautori italiani, oltreché artista capace di spaziare dal rock al jazz, dall’opera alla canzone d’autore, con una versatilità quasi mai riscontrabile nei suoi contemporanei, e meno che mai dagli artisti odierni. Cercateli, se non li avete mai ascoltati: potete star certi che non ve ne pentirete.
Colpisce, poi, la lunga successione di attestati di affetto (oltre che di cordoglio) per Dalla che stanno provenendo dal mondo della musica. Ecco cos’hanno detto i suoi colleghi cantautori “storici” degli anni Settanta dopo aver appreso la notizia della sua scomparsa.
FRANCESCO GUCCINI: «La notizia della sua morte mi ha sconvolto. E’ una perdita gravissima per la musica italiana ma soprattutto perché con lui perdo un amico, un uomo generoso e ironico. L’ho incontrato per la prima volta quando suonava il clarinetto con gruppi dai nomi come Reno Jazz Band (Casalecchio, ovviamente!), Panigal Jazz Band eccetera. Era la fine degli anni ’50. Insieme progettammo una radio, negli anni ’70, la “Marconi and company” – ma quando la polizia chiuse Radio Alice fummo costretti a lasciar cadere il progetto. Era un uomo profondamente vivace: ecco, uno che viveva senza risparmio, e senza paura di esaurire l’entusiasmo. Un vero testimone della musica, uno che per la musica ha vissuto».
EDOARDO BENNATO: «Sono profondamente addolorato dalla morte di Lucio. Mi è stato sempre caro fin dal nostro primo incontro casuale a Roma in cui senza tanti convenevoli mi regalò l'LP di Donovan, il folk singer inglese. Quel disco con le ballate acustiche con l'armonica fu per me in quel periodo un riferimento importante. Ciao Lucio».
FRANCESCO DE GREGORI: «Un momento tristissimo. Non me la sento di parlare con nessuno».
ANTONELLO VENDITTI: «Muore un amico, un compagno di viaggio per tutti gli anni '70 e '80. Muore una parte importante di me. La sua importanza per tutta la società italiana è stata grande».
EUGENIO FINARDI: «Lucio no, proprio non me l'aspettavo! L'avevo visto a Sanremo pochi giorni fa, sempre allegro, con quei suoi occhi da Elfo che sembravano guardarti dentro e sorridere di ciò che vedevano. Sembrava eterno. Lo stesso che clowneggiava con il clarinetto alla Palazzina Liberty di Milano, quando lo vidi per la prima volta mentre cantava “Com'è Profondo Il Mare”, 30 anni fa. Mi ha fatto l'onore di suonare in 2 mie canzoni. Un uomo fiero, ironico, molto emiliano. Un grande musicista. Però questa brutta sorpresa non dovevi farcela Lucio! Buon viaggio, salutami Caruso».
Articolo del
02/03/2012 -
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