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Jeff Buckley
10 anni fa giungeva la notizia della morte tragica di Jeff Buckley
29/05/2007
di
Emanuele Tamagnini
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Credo di aver scritto riguardo Jeffrey Scott almeno una decina di volte negli ultimi due lustri. Recensioni, articoli, ricordi, schede biografiche. Tutto postumo. Tutto a giochi già conclusi. Compresa l'intervista realizzata su queste pagine all'amico Keith Foti che fu l'ultima persona a vedere Scotty vivo. Prima che le acque melmose, opulente, sporche di quel maledetto affluente del Mississippi non inghiottissero i sogni di un'intera generazione. L'angelo aveva poco più di trent'anni. Un'età gloriosa per morire. Una genìa particolare tramandata da un padre particolare. Proprio dieci anni fa giungeva con una coltre nera di disperazione la notizia della morte tragica di Jeff Buckley. Che meno di tre anni prima si era consegnato all'eternità - privilegio riservato solo ai predestinati - con un album memorabile. Che sarebbe diventato negli anni seguenti riferimento nodale per decine e decine di artisti. Un capolavoro assoluto tradotto in una dozzina di brani che ancora oggi, dopo il milionesimo ascolto, hanno la forza impressionante di trafiggere il cuore. Di far tremare le gambe. Di commuovere. Come quel volto di ragazzo che faceva una tremenda fatica a mostrare la parte serena dell'anima, probabilmente perchè quell'anima era stata irrimediabilmente segnata da bambino. Jeff non amava parlare del padre. Di quell'ombra ingombrante. Del suo "dream brother". Lo aveva espressamente richiesto alla casa discografica. Ma le tracce paterne di quel sangue d'artista sono presenti in ogni solco, in ogni centimetro di spartito, in ogni linea vocale. Aveva talento anche nel mentire. Jeff Buckley ci manca. Perchè da quel vuoto lasciato spira ancora forte un vento dolce. Etereo. Di un altro pianeta. Perchè ogni qual volta parte "Lover, You Should've Come Over" viene a mancare il respiro. Perchè si vorrebbe partire per chissà dove. Perchè non si può rimanere insensibili all'interpretazione di "Je N'en Connais Pas La Fin". Alla meraviglia sussurrata di "Lilac Wine". Alla struggente versione della smithsiana "I Know It's Over" che chiude la nuova raccolta e idealmente un decennio trascorso senza la magia di quel ragazzo triste. Senza quel fumo grigio come il gessato che ogni tanto amava elegantemente indossare. Senza quegli occhi che più della sua voce inarrivabile parlavano al cuore. Il nostro. Che ancora non ha smesso di battere. E che non smetterà mai di farlo. Perchè Jeff è ancora qui con noi. Come un angelo. Il più bello.
(pubblicato per gentile concessione di Nerds Attack!)
Articolo del
29/05/2007 -
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