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La brutta figura fatta lunedì scorso a Verona da Pete Townshend e Roger Daltrey – ovvero dalla band che a dispetto della spietata realtà insistiamo a chiamare The Who – ha avuto veramente dell’incredibile. Come noto infatti, la voce del cantante è stata messa fuori uso dal banale acquazzone rovesciatosi in serata sull’Arena. Daltrey ha provato ugualmente a proseguire l’esibizione ma dopo un’orrenda, afona versione di “Behind Blue Eyes”, ha in pratica alzato bandiera bianca, limitandosi a (fare finta di) fare i cori, mentre a cantare di fatto è stato Pete Townshend, sul quale è ricaduto il peso dell’intera disgraziatissima serata. Che, detto per inciso, è stata un DISASTRO, a sentire l’opinione di tutti gli intirizziti e sconcertati presenti. E naturalmente, non è sfuggita a nessuno l’ironia, che una tale figura da pensionati fuori tempo massimo dovesse toccare – tra tutti i gruppi in fase di “reunion” che sono in giro oggidì – proprio agli Who, loro che negli anni sessanta giovani e incoscienti cantavano “hope I die before I get old.” E i fatti di Verona ci portano naturalmente a (ri)farci una domanda che da tempo ci circola insistentemente per la capa: qual è il momento giusto per andarsi “a riporre”, ovvero - per dirla in una maniera un tantino più delicata - per farsi da parte e lasciare il campo alle giovani generazioni che sgomitano per avere la loro giusta fetta di visibilità? I 60 anni degli Who sono indubbiamente troppi per starsene su un palco a roteare microfoni e violentare chitarre, e probabilmente Roger Daltrey e Pete Townshend avrebbero dovuto andarsi a riporre già fin dal 1978, quando prima il punk e poi la morte del batterista Keith Moon annunciarono che la loro epoca era chiusa, finita, sigillata. (Dylan? Sì certo, produce ancora dei dischi ascoltabili, ma quanti di noi sono ancora disposti a spendere 50 euro per vederlo gracchiare nei suoi concerti dal vivo?) Ma poi andando a scendere giù con l’età, ci si accorge che non esiste artista sulla cinquantina – tranne forse qualche vecchio bluesman o crooner alla Sinatra (e qui siamo già in un altro campo) – che abbia mai prodotto alcunché di straordinario. E i 40enni? Se si tralasciano Wayne Coyne dei Flaming Lips (classe 1961), i Yo La Tengo e qualche altra rarissima eccezione, di solito è proprio questa l’età in cui si dà il peggio di sé. Valga per tutti l’esempio di Joe Strummer, tanto grande a 25 anni quanto insulso e deprimente a 45. Inutile dirlo: l’attenzione deve essere unicamente rivolta ad alcuni 30enni – vedi Jack White, classe 1975, e Damon Albarn, del 1968 – con l’avvertenza che anche in questa fase della vita, aldilà di alcuni talenti fuori dalla norma, il numero dei “bolliti” è già assai elevato. E soprattutto, oggi come agli albori del rock and roll (Elvis nel 1955 aveva 20 anni, Lennon nel 1964 ne aveva 24) all’ondata dei 20enni sempre autoreplicantesi decade dopo decade. Tutto bene tutto vago, ma c’è un’età chiave oltre la quale è consigliabile guardare oltre e passare avanti? Che non siano i fatidici tritissimi 30 anni declamati dagli hippies e dagli yippies di Abbie Hoffman e Jerry Rubin negli anni ’60 (“Don’t trust anyone over 30”)? Ricordo tempo fa di avere letto un’intervista a un membro dei Red Hot Chili Peppers (Flea, forse…?) che dichiarò con discreta franchezza (aveva sicuramente più di 30 anni, all’epoca) che secondo lui “after you turn 27 you stop feeling the music the same way; it sort of dies inside of you...”. A 27 anni si smette di “sentire” la musica nello stesso modo, con la stessa intensità di prima, secondo Flea (se era lui): un concetto con cui ricordo di essermi trovato perfettamente in linea nel momento in cui lo lessi. C’è quindi una sorta di data di scadenza perché si possa operare con efficacia (e – mica cosa da poco - onestà) nell’ambito della musica pop? E se c’è, vale anche per il giornalismo musicale? Probabilmente sì, anche se lì conta un mix di passione, capacità di scrittura e conoscenze specifiche che potrebbe spostare il termine (appena appena) più in là. Di sicuro chi ascolta i Libertines per la prima volta a 35 anni non li potrà (mai più) capire appieno. Di sicuro un 40enne non può recensire adeguatamente un album dei 21enni Arctic Monkeys. Di sicuro negli USA e specialmente in Gran Bretagna hanno un ricambio generazionale molto maggiore di quello che c’è da noi in relazione a band e artisti in cima alle preferenze del pubblico, e anche per quanto riguarda le “penne” che sono chiamate a scriverne ed elucubrare in merito: in Italia, oggi, rocker anzianotti quali Francesco De Gregori (56enne) e Vasco Rossi (55enne) vendono ancora centinaia di migliaia di dischi e il 60enne Mario Luzzatto Fegiz è ancora il primo opinionista musicale del massimo quotidiano nazionale. Ha senso tutto questo? E – soprattutto – giova alla vitalità di una scena che appare quanto mai imbalsamata? Palesemente NO. Un ulteriore problema è che saper uscire di scena al momento giusto non è facile. Non lo è per un calciatore, che pure “sente” quando la gamba non c’è più e gli svarioni iniziano a moltiplicarsi (anche una icona come Franco Baresi lo capì solo dopo un tormentoso Milan-Juve 1-6 in cui venne ripetutamente irriso da un giovane Bobo Vieri), figuriamoci per un artista che comunque la sua raffica di applausi la riscuote (quasi) sempre e comunque da un pubblico pagante e quindi di bocca buona. Ben vengano allora figuracce come quella di Daltrey e Townshend, messi kappaò da un soave temporale primaverile. Segno che qualcosa non funziona, che l’età incombe e che bisogna smetterla di far finta di essere ancora i depositari del “maximum rock and roll”, visto che sono passati oltre 40 anni dai tempi del Marquee di Londra. Segno che è ora di andarsi a riporre. Per gli Who. E per gli altri (Genesis, Police, Rolling Stones, Aerosmith, ma anche Smashing Pumpkins, Pearl Jam, ecc. ecc.)?
Articolo del
13/06/2007 -
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