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Come da sottotitolo, questo "Gaber, Giorgio, il signor G” è una collezione di testimonianze sul cantautore milanese scomparso cinque anni fa, “raccolte nel periodo 2004-08 dall’Associazione Culturale Giorgio Gaber, prima, e dalla Fondazione Giorgio Gaber, poi, nel corso degli eventi organizzati per tenere fede al proprio scopo primario di testimoniare divulgare l’arte del Signor G.”. Eventi svoltisi a Milano e Viareggio, sede alternativa del Nostro, dove comprò una casa per stare vicino al proprio coautore Sergio Luporini. Di cui peraltro si dimenticano bellamente gli autori dei contributi e dei ricordi: e meno male che il curatore Andrea Pedrinelli gli chiede almeno sette paginette di pensieri su 251. Premetto che non sono uno a cui Gaber piace, ma questo non mi impedisce di riconoscere il suo ruolo fondamentale all’interno della canzone d’autore italiana. Per cui credo di essere abbastanza privo di pregiudizi e fanatismi, in un senso e nell’altro. E una delle prime cose che mi spiace notare, in questo volume voluto per onorare la memoria gaberiana, è che tra i quasi ottanta interventi qui raccolti si assommano – come dire? – angeli e porci, padroni di casa e intrusi. Specie nella seconda parte, “Dicono di Gaber”, dove “I grandi dello spettacolo e della cultura raccontano il loro signor G.”: una penosa parata, dove gente che evidentemente non c’entra nulla, neppure di striscio, con Gaber si affanna a raccontarne l’importanza per la propria vicenda umana e artistica. Siamo veramente al punto per cui basta averne canticchiata una canzone una volta per dichiararsene quasi discepoli. Una rievocazione banale, generica e mollichiana (non a caso il Vincendone è presente nel gruppone) che non fa che spiattellare davanti al lettore un’amara e contraria verità. Quella che hanno il coraggio di dire Morgan (“gli artisti della mia generazione non hanno imparato molto”) e soprattutto Battiato, che scrisse gli arrangiamenti di “Polli di allevamento” ed è quindi presente a buon titolo: “Non poteva immaginare che nel giro di qualche anno tutto quello che lui ha combattuto (l’inciviltà, l’incompetenza, il pressappochismo, il delinquere come filosofia di vita) sarebbe diventato per mezza Italia un sano obbiettivo, finalmente raggiunto”. È questo il punto: il lascito di Gaber è quasi zero. E sarebbe zero se non fosse per l’opera di chi, come Giulio Casale, lo riporta nei teatri. C’è da dire che comunque nel libro ci sono anche aspetti positivi: una breve ma importante biografia introduttiva, le sezioni tre e quattro, dedicate a chi con Gaber ha lavorato e a contributi critici sulla sua opera, in cui a qualche altra banalità si accostano più frequentemente parole importanti e da meditare, e infine discografia e videografia ufficiale. Ognuno giudichi se è sufficiente per sborsare 13 euro.
Articolo del
25/01/2009 -
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