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Di musica è fatta la memoria, di musica sono i ricordi che si tramutano in note e prendono vita attraverso l'anima di un'orchestra che lascia rivivere in esplosioni melodiche, grandi artisti di un passato che questo nostro 'oggi' un po' malato e disilluso richiama a sè, come un tesoro nascosto da custodire in fondo all'anima; lì, nel buio che trova la sua luce intensa proprio nel ricordo medesimo. Comincia così il 59° Festival di Sanremo, nel ricordo amorevole e sognante di una storia musicale italiana sempre amata, tra gli occhi dell'innocenza di una bambina che ascolta incantata la voce di una Mina che nemmeno conosce; un ricordo che si riscalda, poi, nelle note candide della stessa piccina, dalle quali quello stesso 'Nessun dorma' s'infuoca di musica viva, partendo proprio da lì, dalla purezza di una musica che deve ancora nascere insieme a lei. E che sorride e canta.
La paura che lo stereotipo 'Sanremo' riemergesse schietto e prepotente come ogni anno, aspettava di trovare nuova conferma in questa edizione. Ma così non è stato, poichè in breve tempo la conferma si è trasformata in vera e propria sorpresa nell'assistere ad un festival musicale dal ritmo incalzante e dai toni poco monotoni - la prima volta in cui la sottoscritta è riuscita a restare indenne e soprattutto sveglia, senza la benchè minima fatica d'attenzione. Ora, non che la canzone italiana si sia improvvisamente risvegliata in un exploit di primaverile rinascita inaspettata. Intendiamoci: sicuramente il prototipo di canzone sanremese - ed anzitutto italiana d.o.c. - non si è smentito così come avremmo un po' tutti desiderato, ma c'è da ammettere che la scelta delle canzoni in gara quest'anno ha saputo rivalere almeno un evidente gusto d'eventualità alternativa, nel proporre brani dai disparati generi musicali senza eccedere in esagerazioni ostentate destinate a divenire barzelletta. Ed è così che partendo da una più luminosa, consapevole e rassicurante Dolcenera e dalla sua bocca sorridente e straripante di piacevoli note d'amore, il 59esimo Festival della canzone italiana ha preso inizio, senza mai retrocedere, ma avanzando cauto e concentrato, serio ed arzillo nel suo intento peculiare, che per una volta sembra essere distante dalla solita pretesa di istituire qualcosa di classico ed austero proiettato a rivolgersi prevalentemente ad un audience in genere inesistente. Una A davvero piena io la attribuirei dunque a Bonolis, per il coraggio espresso in spontaneità di ergere, davanti a sè e tutt'intorno, qualcosa di classico ed al contempo naturale e non obsoleto, nella scena familiare di un palco che abbiamo in fondo sempre tutti amato, ma anche spesso - paradossalmente - disprezzato. E che poi ci siano momenti di aulica riflessione, quali i sospiri dedicati di una voce commossa e sincera come quella di Benigni che attraverso i versi di Wilde rivendica l'importanza di una normalità al di là di ogni limite che quasi combatte con la moralità sconnessa e testarda di un'Italia a volte sorda, beh, è sempre un po' come una di quelle docili ma immense note da aggiungere alla memoria di quella musica che tutti noi vorremmo. Un' Italia amata tanto quanto contraddetta da Masini, un'Italia che si fa sentire anche nella musica che si fa poesia attraverso i versi di Alda Merini; un' Italia che cerca di unificarsi e che a volte si contende gli ideali, ma che si stringe ad un pubblico popolare nella speranza che questo sappia - e voglia - ascoltare.
Questo Festival non sarà innovativo, ma è interessante. E' un festival che respira con i propri polmoni e che sembra non aver bisogno d' esagerate intuizioni per risultare gradevole. "Là dove si arresta il potere delle parole, comincia la musica" (R. Wagner)
Articolo del
17/02/2009 -
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