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Penso all’Italietta delle competizioni. Dei palloncini blu e bianchi. Del tifo e dei campanacci. Dei banchi delle giurie e dei voti. Peggi ancora dei televoti. Penso alle farse televisive. All’abuso di parole sacre come “talento”, “arte”, “originalità”, “poesia”, “sentimento". Penso a quei ragazzi che credono alla chimera di un’affermazione, laggiù da qualche parte. Su un palco o una ribalta più importante. Penso ai talent show, ai reality show, agli show. In giorni in cui, quasi contemporaneamente su tre canali, vanno in scena altrettanti programmi canori. Il consolidato su Canale 5, il nuovo su Rai 2, il vetusto su Rai 1. Denominatore comune della scarsezza nazionale. Ragazzi vestiti con improponibili tute colorate, sciatti, per la maggior parte bruttarelli, si mischiano e si litigano un posto al sole. Non hanno portamento, non hanno personalità, a mala pena un briciolo di quel famoso “talento”. Ma credono di essere già arrivati. Tamburellano con le dita sul microfono, mentre cantano, come fanno i loro idoli dichiarati. Giorgia e i suoi gorgheggi rubati da decenni a Whitney Houston, lo sfortunato Alex Baroni che era poco più di un discreto corista, la star internazionale Laura Pausini e via discorrendo. Modelli. Impossibili da detronizzare.
Penso all’approssimazione. Ai voti telefonici con le istruzioni scritte piccole piccole neanche fossero controindicazioni medicinali. Penso e osservo. Il fattore X. Una pipinara in stile Ventura. Urla e applausi a comando. Come nell’arena di un processo del Lunedì qualsiasi. Altri dilettanti allo sbaraglio ma senza pentole e coperchi da suonare. Con i sommi verdetti di un trio senza precedenti. Una discografica che il tempo aveva giustamente messo da parte da decenni, una presentatrice colpita dal delirio d’onnipotenza, e un cantante di medio lignaggio che in mezzo a quel livello mediocre, riesce a sguazzare grazie alla verbosità pseudo colta delle sue parole. Parole che incredibilmente citano a volte, come uso di vario paragone, gruppi sconosciuti e maledetti dal demonio come Sex Pistols e Red Hot Chili Peppers. Hai capito!
La sagra del banale, del qualunquismo, della frase fatta, del piattume. La sagra di Mamma Rai votata (e pagata) per divertire la casa chiesa con dosi massicce di buonismo e populismo. E che importa se anche qui le cantanti gorgheggiano come rospi sullo stile della truzza Ferreri, che a sua volta è stata settata per scimmiottare la Winehouse e chi prima di lei. Che importa se anche qui di “talento” non se ne sente neanche il profumo lontano. L’importante è televotare. Fare il tifo.
Il filo conduttore unisce quindi, come risultato di una malefica addizione, il festival per antonomasia. Vorrei conoscerla, antonomasia un giorno. Palco alla Discoring della bella epoque, il logorroico che dopo 50 anni ancora imita Alberto Sordi, il suo ronzinante Laurenti, la solita aria solenne da evento totale. Che per esserlo chiede al laido Beningi di fare una mezz’ora di battutine (le solite, col solito bersaglio) che neanche a Colorado Cafè sarebbero state accettate. Enorme tristezza. Che si discuta dell’omosessualità giunti a pochi mesi dal 2010. Cazzo un’altra era. L’era super spaziale. Ma nell’italietta pecorona no. A noi serve Benigni per farci scoprire la Divina Commedia e Oscar Wilde. Hai capito! Fino a ieri dove eravamo vissuti? Sull’isola di Pasqua?
Penso allora che i BIG che scorrono su quel palco non sono poi tanto dissimili dai giovani intutati di Amici o dai dilettanti gorgheggianti e stonanti di X Factor. Che la giuria di Sanremo non è poi tanto differente dall’emaciato e clownesco Morgan, che a sua volta è simile alle parrucche di Platinette. Penso che ci voglia ancora Fausto Leali per far rimanere le vecchiette su Rai 1, che però è meglio se c’è pure la finta faccia stralunata di Tricarico, che però è ancora meglio se c’è la melodia di quei due in coppia. Allora verso mezzanotte spunta un raggio di sole. Che all’improvviso cancella tutto.
Si chiama Arisa. Ha 26 anni. Una nerd assoluta. Impacciata. Insicura. Con lo sguardo basso. Vestita come una bambolona che neanche nelle più sgangherate serie delle Anime giapponesi. I cognomi degli autori della canzone che presenta vengono storpiati. Sono in effetti esilaranti. Il suo vero nome scopriamo esssere Rosalba Pippa. Suo malgrado un genio assoluto. La canzone si intitola ‘Sincerità’. Un brano semplice ma non banale. Che arriva subito. Perchè Arisa fa tenerezza, perchè nonostante la timidezza ha una bella voce. Non stona. Non è volgare. Non gorgheggia e non apre la bocca come un altoforno industriale.
Arisa è come dovrebbero essere tutte le cose belle di questo mondo: semplici. Senza bisogno di giurie, maschere e televoti.
Vostro “E mano nella mano dove andiamo si vedrà” Sensei
(pubblicato per gentile concessione di Nerds Attack!)
Articolo del
19/02/2009 -
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