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L’improvvisa e precoce morte di Michael Jackson (25 giugno 2009) è un fatto epocale, senz’altro più del suicidio di Kurt Cobain (5 aprile 1994) idolo solo di alcune fasce giovanili, e risulta paragonabile per impatto solo all’omicidio di John Lennon per mano di un fanatico (8 dicembre 1980). Prima ancora c’era stata l’altrettanto prematura (e altresì annunciata) morte di Elvis Presley (16 agosto 1977): il “Re del Rock And Roll” la cui parabola declinante molti hanno paragonato a quella del “Re del Pop”. Con la differenza, non di poco conto, che la fama di Elvis era confinata soprattutto agli USA e al Regno Unito, mentre Michael Jackson era una star di livello planetario, pari (ma probabilmente superiore) solo ai Beatles di John Lennon.
E’ proprio per questo aspetto “globale” che la morte di Jackson in questi giorni sta assumendo dimensioni “alla Lady Diana” con flussi di supporter che si riversano in massa davanti all’ospedale in cui Jackson è deceduto, emittenti che programmano non-stop i suoi video e perfino una pubblica cerimonia di commemorazione – domani 7 luglio allo Staples Center di Los Angeles - a cui sono attese almeno mezzo milione (!) di persone. Chiunque in questi giorni parla di Jackson, tutti si sentono autorizzati a dire la loro: chi lo ha conosciuto e chi lo ha visto solo in TV, fan e detrattori, giornalisti e sociologi, intellettuali e operai, casalinghe e pensionati. Tutti ne discettano a ruota libera, in TV, sui giornali, sui blog, su FaceBook e al bar sotto casa, e troppo spesso tralasciano di concentrarsi sull’unica angolazione che veramente conta, sull’aspetto che ha in fondo reso Jackson il simbolo di un’epoca: la sua MUSICA. Appare pertanto necessario mettere alcuni puntini sulle “i”.
La carriera di Michael Jackson inizia – discograficamente parlando – nel gennaio del 1970 quando il singolo “I Want You Back” dei Jackson 5, pubblicato dalla Motown, arriva al n.1 della classifiche USA. Michael allora ha solo 11 anni ma è già il componente più in vista e talentuoso (benché sia il più piccolo) del gruppo di cui fanno parte anche i suoi fratelli Jackie, Tito, Jermaine e Marlon. Tra il 1970 e il 1975 i Jackson 5 realizzano 9 album e una ventina di singoli; e Michael, a sua volta, incide in solitario 4 album. Il successo è enorme, soprattutto all’inizio, ma dovendo giudicare da questo primo lustro, i Jackson 5 (e Jackson solista) sono (solo) una delle tante sfaccettature del “Motown Sound” adeguato ai più funkeggianti anni ’70, con l’aggiunta di coreografie mozzafiato (grazie a Michael che è già un provetto ballerino) e della novità di un gruppo composto da ragazzini. La svolta avviene con il distacco dalla Motown da parte dei fratelli Jackson, che si accasano presso la Philadelphia International di Kenneth Gamble e Leon Huff, in quegli anni all’avanguardia del nuovo suono r’n’b che sta per diventare la colonna sonora di una certa rivoluzionaria “febbre del sabato sera”. Nel 1976 esce il primo eponimo album a nome The Jacksons - i cinque hanno dovuto abbandonare il precedente nome di proprietà della Motown - che passerà alla storia se non altro per il fatto di contenere la prima composizione scritta da Michael Jackson: “Blues Away”. E’ un periodo, per Michael Jackson, di apprendistato. Dopo un secondo LP (“Going Places” del 1977) ancora prodotto da Gamble e Huff) ai Jacksons viene dato il via libera dalla CBS per scrivere e produrre un album da soli. E nel settembre 1978 esce “Destiny”, primo vero capolavoro da associare al nome di Michael Jackson, con almeno un paio di brani da Serie A: “Shake Your Body (Down To The Ground)" firmato dallo stesso Michael e “Blame It On The Boogie” (dell’inglese Mick Jackson) accompagnato da un video sensazionale in cui il 19enne Michael Jackson dimostra di essere maturato non solo come cantante ma anche come ballerino ed entertainer a tutto tondo.
Il secondo capolavoro arriva l’anno successivo: “Off The Wall” è il quinto album solista di Michael, ma il primo da quando è diventato maggiorenne. Lo co-produce (insieme a Michael) Quincy Jones, dando vita ad un sound di fatto nuovo, moderno, sofisticato, r’n’b che vira verso la disco mantenendosi però saldamente nelle acque del pop. Alcune canzoni sono memorabili, e restano dei baluardi a distanza di 30 anni: “Rock With You” di Rod Temperton, “Girlfriend” di Paul McCartney, la ballata “She’s Out Of My Life” in origine destinata a Frank Sinatra. E poi, soprattutto, “Don’t Stop ‘til You Get Enough” scritta dallo stesso Michael Jackson, tormentone dell’estate 1979 e punto fermo di ogni serata in discoteca da allora fino ai nostri giorni. E’ con “Off The Wall” che Michael Jackson giunge alla piena maturazione come cantante, come autore e produttore e come showman, a quel punto come e meglio dell’idolo d’infanzia James Brown. Il momento d’oro prosegue nel 1980 con “Triumph”, nuovo album dei Jacksons in cui Michael fa la parte del leone, producendo e scrivendo ulteriori classici quali “This Place Hotel” e “Can You Feel It?”. Il tour che ne segue, ritenuto da Rolling Stone “uno dei migliori 25 tour tra il 1967 e il 1987”, produrrà quello che ad oggi è forse il più conisgliato documento audio per avere un’idea di Michael Jackson al top della forma, il doppio LP “The Jacksons Live!” contenente anche un bellissimo medley dell’epoca Jackson 5 oltre a numerosi brani di “Off The Wall”. Album, insomma, da avere assolutamente.
E arriviamo così al 1982, l’anno di “Thriller”, sesto album solista di Michael e secondo in co-produzione con Quincy Jones. In breve: il disco perfetto, da cui emergono ben 7 singoli (tre dei quali, “Beat It”, “Billie Jean”, “Wanna Be Startin’ Something” e “The Girl Is Mine”, partoriti da Jackson stesso - alla faccia di chi dice che sa solo ballare), che vende milioni e milioni di copie e rende Jackson una star planetaria, anzi: la prima star della cosiddetta video-age, per merito di (almeno) due incredibili video-clip dalle coreografie sconvolgenti, quelli per “Beat It” e “Thriller”. E’ quasi impossibile oggi, dopo oltre cinque lustri di ascolti ripetuti, giudicare con mente fresca “Thriller” (l’album). Difficile spiegare quanto potè essere rivoluzionario il suo concetto, innovativo il suo sound, dirompente la personalità del suo artefice, destinato a diventare un’icona dell’epoca. Ma il turbo-funk di “Wanna Be Startin’ Something” è ancora in grado di far danzare un cadavere, e “Beat It” resta una delle più vertiginose pop-songs degli anni ’80, con lo schitarrante Edward Van Halen ad anticipare il crossover tra rock e funk (in una spettacolare sintesi pop) che di lì a qualche anno vedrà i rappers Run DMC fianco a fianco con i rockettari Aerosmith. Di qui a poco, il trionfo, o meglio la cristallizzazione della leggenda. Avviene in occasione dello special televisivo "Motown 25: Yesterday, Today, Forever" che viene trasmesso dalla TV americana NBC il 16 maggio 1983. In quell'occasione, Jackson durante l’esecuzione di "Billie Jean" dà dimostrazione del suo passo "moonwalk" e balla e canta in maniera impressionante, tanto che c’è chi paragona la performance di Jackson in quest’occasione a quella di James Brown (altrettanto eccezionale) al “T.A.M.I. show” quasi vent’anni prima.
A questo punto, giunto al vertice, Jackson può solo cercare di mantenere la posizione. E lo fa – almeno all’inizio – piuttosto bene. Scrive e produce “Muscles” un hit per Diana Ross nel 1982. Partecipa ad un ennesimo album dei Jacksons (“Victory”, 1984) a cui regala il brano migliore della raccolta, “State Of Shock”, in cui duetta con Mick Jagger. Fa la consueta parte del capobanda nel “Victory Tour” che segue la pubblicazione dell’album. E nel dicembre 1985, insieme a Quincy Jones e Lionel Richie, assembla il coro di celebrità del music-business “We Are The World” i cui proventi vanno interamente alle popolazioni africane stremate dalla fame (canzone per la verità di poco conto, ma tutto gli viene perdonato in virtù del nobile intento). Il successivo album “Bad” (1987) è il primo passo falso. Non certo commerciale dato che manda 5 singoli al n.1, record mai eguagliato da nessuno prima e dopo di lui: semplicemente, “Bad” sembra una ripetizione di “Thriller”, meno ispirata nei brani e nei video, se si eccettua l’ottima “Smooth Criminal” a firma Jackson, e poco altro. Il tour mondiale di “Bad” – che approda per la prima volta anche in Italia, due date a Roma e una a Torino – rappresenta l’apoteosi finale di Michael Jackson in Occidente, con una scaletta da brivido (tutti i grandi hit compreso un medley dei Jackson 5) e una coreografia ineguagliabile. Va detto: in quel periodo (e oggi meno che mai) nessuno canta e balla – contemporaneamente – come Michael Jackson.
Da qui comincia il progressivo declino artistico di Jackson. “Dangerous” (1991), “HIStory” (1995) e “Invincible” (2001) risultano scialbi e appannati rispetto alle glorie degli anni ’70 e ’80. Si salva poco; forse solo “Scream”, fulminante singolo inciso in duetto con la sorella Janet nel 1995. Sembra quasi che Jackson punti ad un minimo comun denominatore che gli consenta di conquistare mercati finora ignoti ad un divo del pop. E la strategia paga: nei suoi successivi tour mondiali Jackson visita l’Est Europa, l’Asia, il Sud America e perfino l’India, la Malesia e la Corea del Sud. Diventa così la prima vera stella globale, nel momento in cui in USA ed Europa la stampa e i fan lo considerano sempre più come un eccentrico ex dai vizi privati decisamente eccepibili.
E’ un declino, quello di Jackson, in qualche modo assimilabile a quello di Elvis che nella fase centrale degli anni ’60 visse anch’egli momenti difficili. Elvis però ebbe il suo “comeback”, quando nel 1968 inscenò un trionfale ritorno sulle scene, lo special televisivo della NBC che fece dire a tutti: “the King is back”. A Jackson questo grande ritorno – di cui, presumibilmente, i 50 concerti già sold-out previsti a Londra tra la fine del 2009 e i primi del 2010 erano una prova generale – è stato negato dall’inattesa e forse misteriosa morte nella sua casa di Los Angeles. Ci restano i suoi dischi e – dettaglio assolutamente inscindibile – i suoi video. Resta, di Michael Jackson, una carriera che lo ha visto per vent’anni ai massimi livelli. Ebbene sì: un mito, un’icona. Di quegli anni.
Articolo del
07/07/2009 -
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