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Sarà forse la provenienza. Saranno stati forse i sobborghi di Sheffield. Oppure sarà stata l’aria pesante delle fabbriche ad averne imbastardito il sangue. Sarà che gli Arctic Monkeys, di tutti i gruppi sbarbatelli fioriti nel Regno Unito negli ultimi cinque anni almeno, sono gli unici che mantengono un “tiro”, un flavour, un’attitudine autenticamente rock’n'roll. Fuori dalle panzane da rotocalco, fuori dalle bravate drogatelle di non-talentuosi figli di madre ignota, fuori dalle impostazioni vocali fasulle, fuori dalle tenebre di cartapesta, dai successi usa e getta. Diamo a Cesare quel che è di Alex Turner e compagni. Che continuano a pensare e a realizzare in grande. Ma soprattutto, un passo alla volta, si proiettano a braccia aperte verso il futuro. Per non rimanere chiusi nel pericoloso cassetto dello “standard”. Per evitare regressioni e sguardi all’indietro.
Gli Arctic Monkeys e il terzo album ‘Humbug’. Ampiamente anticipato, chiacchierato, aspettato, scaricato e da ora anche analizzato. Le prime foto promozionali. Con i capelli allungati di qualche centimetro, aria trasandata, ascolti datati (Jimi Hendrix, Cream) e magliette vintage (Black Sabbath). Ma soprattutto il viaggio in USA. Il deserto del Mojave. Il Rancho de La Luna. Josh Homme. Un posto che evoca fantasmi, reduci, sbandati, fughe, allucinazioni. In quegli studi sono passati a forgiare il proprio suono anche Twilight Singers, Eighties Matchbox B-Line Disaster, Victoria Williams, The Duke Spirit, Eagles Of Death Metal, Mark Lanegan, Sparta, UNKLE e più recentemente The Giraffes e Smith & Pyle. Un esercito di devoti alla causa. Di un marchio riconoscibile.
Così gli ex giovani inglesini si sono trasformati in breve tempo in musicisti. Veri. Non che prima non lo fossero, per carità, ma dovevano pur subire un’iniziazione yankee prima o poi. Lo stesso Homme ha lodato il quartetto, con parole di estrema meraviglia verso il batterista Matthew Helders, definito come il miglior drummer rock’n'roll in circolazione. E non importa che la co-produzione di ‘Humbug’ abbia poi virato verso New York e James Ford (che aveva curato il gustoso progetto parallelo The Last Shadow Puppets). Non importa perchè ‘Humbug’ reca l’incaccelabile griffe dell’Homme-QOTSA pensiero dall’inizio alla fine. Un disco superiore alla media. Un disco sporco. Un disco completo. Come potremmo ancora definirlo? Certo, un disco maturo.
Che mantiene intatte le caratteristiche degli Arctic Monkeys scapigliati e sbarbati degli esordi, il sapore sempre affascinante del mix new-old britannia, il tutto però scaltramente immerso nella struttura che ha reso Josh Homme artista tra i più influenti e necessari del nuovo millennio. Ecco, gli Arctic Monkeys, con ‘Humbug’ diventano “necessari”. Qui si fa sul serio. Cartolina dal Sunset Boulevard. Destinazione Inghilterra.
(pubblicato per gentile concessione di Nerds Attack!)
Articolo del
31/07/2009 -
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