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Una volta qualcuno mi disse che per scrivere bene, devi scrivere quello che sai. Il cuore della questione, probabilmente è tutto qui. Dove stiamo andando? Verso quale approdo? L’ultima direzione presa? Duole constatare come, ormai da lungo tempo, la “musica” venga quotidianamente tramortita, avvilita, sconfortata, umiliata. Privata della linfa vitale dal mondo tutto glitter e fashion trendy degli “addetti ai lavori”. Il mondo cool. Agognato da schiere di giovani virgulti dalla penna facile, fioriti e cresciuti grazie ad Internet. La rete ha dato spazio e possibilità di espressione a chiunque (che bello) ma anche appiattito il livello della competenza e dunque della qualità (che brutto). Creando grossi equivoci, confondendo le acque, mescolando il sacro e il profano.
Dicevamo della musica. Vilipesa. Senza pentimento. La seconda decade del nuovo millennio si preannuncia come una delle più scarse e tristi della storia conosciuta. In balia di epigoni e scarti di magazzino. Supportati dalla “stampa” che conta. Da quella schiera di teste vuote che pensano alla patina piuttosto che alla sostanza. Da quelli regrediti, non evoluti, che portano ad esempio ancora quei quattro dinosauri (gloriosi) dell’ABC enciclopedico. Rimasti dunque ancorati. Vittime del complesso delle proprie teste canute e imbiancate. Gli estremi che si toccano. Un mondo “sbagliato”. Un mondo dove impera la mediocrità e l’approssimazione. Dove “il diverso” (migliore) non viene guardato come esempio ma guardato con disprezzo e quindi emarginato. Il mondo del lavoro in genere. Il mondo del giornalismo musicale italiano. Abbassarsi al livello medio. Livello che non gratifica. Che non paga nel vero senso della parola.
Analizziamo le varie correlazioni. Partiamo dai comunicati stampa, [molto spesso] autentica fiera baloccata di banalità, errori storici, refusi, frasi ad effetto che suscitano grassa ilarità. Neanche la minima capacità di copia-incollare a regola d’arte. Encefalogramma piatto. L’impulso viene recepito dai media specializzati, che [molto spesso], non si curano di rileggere, controllare, verificare. Un contagio. Una pandemia di notizie sballate che vengono “passate” di mano in mano. Frontiere abbattute. Confini violati.
Il nozionismo diventa paladino. Il prolifico mondo delle webzine. Le nuove bibbie succhia news si chiamano NME e Pitchfork. Non c’è bisogno di guardare oltre. Di cercare altrove. Di scovare in altri anfratti. Il piattume, di cui sopra, si concretizza beato. La globalizzazione web. [molto spesso] Letta una, lette tutte. Stessi tratti somatici. Somiglianze inevitabili. Figli brufolosi dell’era blog. Figli della curiosità che corre su you tube. Una morsa stretta al collo. Superficialità imperante. Con spocchia e petto gonfiato. Personaggi mediocri che orbitano intorno alla preda come tanti sciacalli bavosi. Eccoli i nuovi scriba. Pronti solo ad elencarti i concerti visti a gratis, i dischi comprati in culo al mondo, come si stesse completando un album di figurine. Feticismo da due soldi. Senza un filo di rispetto. Gli stessi che si nascondono dietro l’anonimato o con improbabili nickname, attivi nell’oscurità e pronti a demolire. L’embrione della nuova intelighentia.
Farsi un giro in giro sul web è avvilente e allo stesso tempo divertente. Recensioni fiume, chilometriche, che sembrano uscite tutte dalla stessa penna. Basta che qualcuno lanci un riferimento - ad es. “sembra di sentire i nuovi Jesus & Mary Chain” - per ritrovarselo fotocopiato ovunque. La smania di apparire. Di essere più bravo dell’altro. Di dimostrare di saperne più dell’altro. Una gara continua. Amplificata dagli strumenti tecnologici che si chiamano social network. Dove vengono messi al publico ludibrio stati d’animo, stati di cose, gusti personali, gusti impersonali, baggianate. Ma soprattutto dove vengono amplificate ed evidenziate le reali attese della gente. Un mezzo utilissimo in questo senso. Dove apparire è sempre meglio che essere. Dove ostentare è sempre meglio che essere fottuti.
Gli addetti ai lavori. Un esercito di fan. Che equivale ad essere identici se non uguali agli ultra del tifo organizzato calcistico. Guai a parlar male dell’album di quel nuovo gruppo. Guai. Ne ha parlato bene NME, Pitchfork gli ha dato un bel voto. Come ti permetti mai! Sulla nostra pelle viviamo anche questo. Ci dobbiamo guardare le spalle dagli onanisti. Alla ricerca della sensazione. Anche a costo di vendere l’anima al diavolo e la madre al fruttivendolo. Guai a parlar male di tizio o caio. Guai a dare un brutto voto al disco d’esordio, autoprodotto a mano, alla band sbarazzina che ha già un seguito d’amici e pulzelle urlanti. L’Italia è anche questo. Paese d’artisti poco avvezzi alla critica e al giudizio altrui. Ma dove è finita l’umiltà? La capacità di guardarsi dentro? Basterebbe anche solo guardarsi addosso.
L’informazione cartacea poi, non scherza affatto. Avete mai provato ad aprire un free press? [molto spesso] Il vuoto cosmico disarmante. Dilettanti allo sbaraglio si direbbe. Comandati per prostrarsi al dio Wikipedia. Pagati (poco purtroppo) a copia-incollatura. Un disastro quotidiano. Il giornalismo dozzinale che prende piede. Su alcuni cartacei specializzati non è che vada meglio. Da tempo hanno reclutato i giovani virgulti fioriti dal web di cui argomentavamo sopra. E il livello ne ha risentito. Oggi poi, che grazie ad internet un mensile non ha più praticamente news e live report, per evidenti motivi di “notizia già vecchia”, tutto o quasi si traduce in interviste, archivio e recensioni. Quest’ultime rispecchiano i tempi. Nella quasi totalità i voti sono ovunque altissimi. Scelte da network radiofonico. Tutti i dischi sono (o sembrano) belli. C’è l’impossibilità ad essere schietti, veri, onesti con il lettore e soprattutto con sè stessi. Per ragioni di anagrafe (la timidezza di un ragazzo alle prime armi, la paura di sbagliare), ma soprattutto per ragioni di connivenza con l’agenzia/etichetta che tanto carinamente ci ha contattato, adulato, spedito a casa con tanto di i ringraziamenti il dischetto in questione. Stesso dicasi per il live report. Come potremmo mai parlare male di un concerto? E se l’agenzia se la prende e non mi accredita più? Storielle italiane.
Dove è finità la personalità? Il mestiere del vero giornalista? I giornalisti musicali? Davvero pochi esemplari in via d’estinzione. Lo spegnimento delle emozioni. La fine della passione. Fronte radio da rabbrividire. Non c’è scampo neanche lì. Discorso network affrontato più volte. Discorso professionalità anche. Pronunce inglesi da turisti in vacanza premio. Sfondoni storici. Notizie date da Bignamino scolastico. Target basso. Vittime del messaggino-richiesta. Vittime dell’ascoltatore. John Peel non ha evidentemente insegnato un cazzo. Lester Bangs viene mitizzato, portato ad esempio, ma anche lui sembra non aver lasciato traccia nella “professione”. Altri tempi certo. Fari inarrivabili. Ma la lezione di questi giganti è molto chiara. Basterebbe leggere con calma tra le righe. L’editoria musicale [molto spesso] si puntella praticamente solo sulle biografie. Traduzioni e importazioni. Non c’è cultura per altro. Pochi gli editori che non basano la loro ragione d’esistere sul concetto del “contratto capestro”, del frego il prossimo e avanti un altro.
Il mondo musicale. Basato sulla quantità. Sul bestiame da portare all’evento. Solo sui numeri. Basta che c’è. Sull’arrivismo. Sul mangia in testa reciproco. Sull’invidia. Sulla concezione, per molti ossessione di vita, che in questo mondo conti il POTERE per avere RISPETTO. E per avere quel potere si sarebbe disposti a tutto. Si è disposti a tutto. Davvero poco da salvare. Come potrebbe essere altrimenti? Teniamoci stretti i fake. La musica fatta in laboratorio. I flop. Le false sensazioni. Teniamoci stretti l’ignoranza. Il vuoto storico. La capacità di curiosare e ragionare. Teniamoci stretti i filosofi della musica italiana. I senza macchia e peccato che pre(te)ndono cachet esorbitanti e professano in pubblico l’eguaglianza. Che pretendono hotel a cinque stelle e che sul palco sparano proclami e alzano le mani. Che si nascondono dietro i filtri di segretarie, agenzie, portavoce e portaborse. La coerenza non esiste. Parola sparita dalla lingua italiana. L’esterofilia aiuta a comprendere [molto spesso].
Alle soglie del 2010, c’è poco da stare allegri. Lo stagno diventa sempre più grande. Uno dei principali mali del mondo, continuo a pensare, sia l’ignoranza. Ma da queste parti non fa paura.
Una volta qualcuno mi disse che per scrivere bene, devi scrivere quello che sai. Forse è vero. Ma quello che sai lo devi scrivere col cuore. La vera libertà.
(pubblicato per gentile concessione di Nerds Attack!)
Articolo del
24/08/2009 -
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