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Echo & The Bunnymen
Nostalgia degli Echo & The Bunnymen
8/10/2009
di
Emanuele Tamagnini
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In fondo siamo degli irriducibili nostalgici. Romantici, forse meglio. Illusi probabilmente. Ecco perchè dedichiamo questo spazio-vetrina ai liverpooliani Echo & The Bunnymen. Perchè eravamo trepidanti e convinti che l’undicesimo album di Ian McCulloch e compagni - ‘The Fountain’ -, sarebbe stato ancora una volta integro come i loro padroni. Ancora una volta visto che il precedente ‘Siberia’, “vecchio” ormai di quattro anni, era decisamente un ottimo lavoro, una sorpresa insomma dopo la velata stanchezza del predecessore ‘Flowers’. Punti di vista certo. Superati i trent’anni di carriera, con estrema scioltezza e naturalezza, seppur tra alcuni inevitabili “bassi” come lo split ad inizio anni ‘90 (a cui seguirà il progetto Electrafixion) e l’ultimo tragico accadimento, che ad inizio settembre, ha riguardato la morte del tastierista Jake Brockman.
Superate le 50 primavere McCulloch e Sergeant sembrano, però, segnare irrimediabilmente il passo. E ‘The Fountain’ è il loro (probabile) testamento sonoro. Un disco spiazzante. Incredibilmente “vuoto”. La produzione ha le sue colpe. Opera di John McLaughlin con Chris Martin dei Coldplay che ha collaborato ad un brano. Ma la sensazione forte è che Martin abbia messo mano a più di metà disco. ‘The Fountain’ sembra infatti per più di un tratto, proprio un album (orrido) dei Coldplay. Non ci sono i pezzi. Non c’è sostanza. Pop per menti obnubilate dal mainstream e dal refrain facile facile (senza contare che ‘Drivetime’ è il plagio di ‘A Song For The Lovers’ del Richard Ashcroft solista). Dispiace davvero. Perchè gli Echo & The Bunnymen fanno parte della storia. La neo-psichedelia di Liverpool che sul finire degli anni ‘70 rispondeva a quella d’oltre oceano, che sulla costa ovest americana stava partorendo il Paisley Underground. Una band che ha saputo farsi amare trasversalmente dai cultori della new wave più pura (le cover principali eseguite dagli Echo parlano guarda caso di brani firmati da Doors, Velvet Underground, Television e John Cale), passando per gli adepti delle sonorità “oscure” (che non avevano certo dimenticato il passato di McCulloch nei Crucial Three, assieme a Julian Cope e Pete Wylie), infine imponendosi anche su larga scala con alcuni brani ormai diventati dei classici senza tempo (l’evergreen ‘Killing Moon’ su tutte). Sarà allora meglio ricordarseli come erano. Sicuramente almeno fino a ‘Reverberation’ che apriva la decade degli anni ‘90. Sicuramente almeno farà meno male. Those were the days.
(pubblicato per gentile concessione di Nerds Attack!)
Articolo del
08/10/2009 -
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