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L’unica cosa che si ricorderà dell’ormai giunto al capolinea festival della canzone (brutta) italiana. “Giuria, tromba!”. Esclama la “sora Ceciona” Clerici dopo ogni esibizione. E tu speri con tutto il cuore, che dopo quello squillar di giubilo, arrivi una selva di frecce scagliate dagli arcieri di Re Artù, a colpire quella inguardabile bambola gonfiata. Scenografia anni ‘80 stile televisione privata. Una sorta di TVR Voxson dei bei tempi. Effetti nebbia e video con angoli smussati quando viene introdotto Antonio Cassano (?). Evidentemente il tragitto breve da Genova (dove non gioca il calciatore) a Sanremo, ha fatto notevolmente abbassare i costi di produzione. Il barese, che ora parla come uno straniero che risiede da qualche anno in Italia, entra sul palco con tanto di pallone. Giusto per far capire quale sia il suo antico “mestiere”. Non c’è ritmo. Non ci sarà mai.
La Clerici è sola. I tempi morti e quelli vuoti si alternano spaventosamente ad ogni cambio palco. L’ex fornellara sembra Dee Snider dei Twisted Sister. La giuria demoscopica è varia. Si intravedono cariatidi, giovani sfigati, impiegati del catasto, casalinghe con la permanente “fatta coi soldi del tenente”, ragazzetti alla moda. L’unica cosa ascoltabile è lo stacchetto realizzato grazie ad un brano dei Sigur Ros. Ma nessuno lo dice. Anzi, Dee Snider Clerici elogia per questo adattamento un nano-maestro uscito da Amytiville Horror. Denti buttati a caso in bocca, pettinatura con doppie punte e vestito da classico cameriere con fascia nera. Lei cammina su dei tacchi skyscraper. Per questo l’andatura somiglia a quella di Robocop ferito.
L’apertura, per motivi di lancio e di conseguente share, è affidata alla colladauta coppia di finti-cretini-ancora copiamo Sordi e Pappagone = Bonolis/Laurenti. Poi le canzoni. In nessun ordine cronologico nè tantomeno di un merito che non può esistere, proviamo a ricordarne qualcuno. Enrico Ruggeri è uomo finito. Cioè artista finito. Senza più voce, canta il ritornello “delle fate” con un esilarante tono catacombale. Il pezzo (della moglie) è nullo. Mistero. Arisa sembra Pippi Calzelunghe. Cristicchi non sapendo più già cosa fare della sua carriera (?) artistica, sproloquia un mezzo rappettone che fa il verso a Caparezza. La figlia di Zucchero è la reincarnazione con i capelli lunghi del padre. Il pezzo non c’è. La sua voce neanche. Dietro si muovono come mummie i Nomadi. Il cantante dei quali sembra un bucaniere uscito da un concerto di Ronnie James Dio. Noemi, uno dei virgulti usciti dalla grande fucina di talenti di X-Factor, è spaesata. Sbaglia strofa. Si inceppa. Viene palesemente aiutata dalle coriste. La voce ruvida non è adatta ad un brano funereo quanto orrendo. Povia canta la sua discussa opera, gesticolando per non udenti. Peccato non aver fatto entrare i cecchini in galleria. Due ebeti con i ciuffi vengono presentati dalla Snider Ceciona così: “amano il blues dei ‘50, il rock dei ‘60… i Sonohra!”. Le parole qui non servono davvero più.
Marco Mengoni, il recente vincitore di X-Factor, fa sfoggio di tecnica. Abitudine da quarto mondo tutta italiana, per dimostrare quanto si è bravi. OK, ma la musica? La canzone? Sul trio di eliminati meglio stendere un velo del tutto (im)pietoso. Perchè chiamare il centralino dell’ospizio per farsi mandare qualche “artista” e poi mandarli al pubblico ludibrio ed eliminarli dopo mezz’ora? Fabrizio Moro sembra uscito da un liceo dei primi anni ‘90. Al collo ha (ancora!) un Tao di legno, pantaloni col culo basso, flaccido e canta un mezzo reggae da prima elementare, infarcito di chitarroni che fanno tanto “cattivo” modello. Irene Grandi sembra sempre alticcia. Emaciata. Il solito non femminile prototipo di eleganza. Vocale e fisica.
L’ospite straniero è quella povera buzzicona scozzese che ha una voce da replicante. Perchè tanta enfasi? Dita Von Teese risveglia la terza età assopita in platea. La sua performance, comunque nella media e un po’ svogliata, rimane la cosa migliore del festival. Viene mandata via così senza neanche una piccola intervista. Meglio il pensiero di Cassano (ancora!) che è in evidente stato di shock libidinoso. La gag finale con l’orchestra della grezza papera vestita di rosso, è solo il degno sipario su uno degli spettacoli più bassi degli ultmi tempi. In stile RAI. Ridateci la nostra dignità di spettatori. E a lavorare in miniera.
(pubblicato per gentile concessione di Nerds Attack!)
Articolo del
18/02/2010 -
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