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MGMT
Quello che rimane delle novità "indie"
24/03/2010
di
Emanuele Tamagnini
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Poco. Quello che rimane da salvare nella moltitudine variopinta delle novità del mondo musicale che per convenienza continuiamo a chiamare “indie”. Rimane poco e quel poco viene delittuosamente snobbato o ancor peggio dimenticato in fretta. La questione di questi giorni pre-primaverili-ormai primaverli è se sia valido o meno il nuovo degli MGMT (hai capito!). Come se il duo americano fosse improvvisamente diventato l’ancora di salvezza di un panorama sempre più votato all’apparire prima che all’essere. ‘Congratulations’ è un aborto. Inutile girarci attorno. Un disco brutto, mal riuscito, che testimonia l’incredibile pochezza di idee. Assurdo se si considera che siamo solo al secondo album (terzo se includiamo il debutto quando ancora si facevano chiamare The Management). Ma del resto, come andiamo dicendo da secoli, con il talento ci si può solo nascere. La band del Connecticut non è l’erede dei Flaming Lips. E non lo sarà mai. Hanno avuto il merito di asssestare due-tre singoli “perfetti” con il disco precedente, indubbio, ma è il solito fuoco di paglia che riguarda altre decine di formazioni (quasi) usa e getta.
Eppure non stiamo alzando un muro contro il nuovo che avanza. Ci mancherebbe. Nei primi tre mesi dell’anno in corso, gli obbrobri si equivalogono con gli ottimi. Penso al terzo (esordio per Sub Pop) di un altro duo, ovverosia i Beach House di Baltimora. ‘Teen Dream’ è uscito “colpevolmente” a gennaio e forse per questo, almeno per ora, ma può essere solo una senzazione, non ha riscosso la ribalta che merita. ‘Teen Dream’ è un capolavoro. Inutile girarci intorno. Emozionante, commovente, magnifico. Uno dei cinque dischi dell’anno, statene certi. Il nuovo dei Goldfrapp è ridicolo. Gli anni ‘80 di “Flashdance” intrisi di glamour pop da copertina di Vogue. Capolinea. Dall’altra parte il “nuovo” ci dice che è impossibile da non amare il terzo (secondo nel grande proscenio) dei canadesi The Besnard Lakes. Risibile la mistura folk/Coldplay dei Mumford & Sons. Sorprendente l’ispirazione della texana Sarah Jaffe (pron. “giaffi”), cantautrice mirabile con il debutto ‘Suburban Nature’ prodotto da John Congleton.
Elementare come un abbecedario il ritorno dei Black Rebel Motorcycle Club, gruppo finito dopo il primo album e inspiegabilmente aggrappato al nulla più viscoso. Scalcinate le Dum Dum Girls, come tutta quella parte di New York che continua a sfornare formazioni consaguinee, per seratine frigide invece i Temper Trap che utilizzano quella chitarrina tanto U2 da vergogna. Indisponenti e praticamente nulli dal vivo i revivalisti The XX. Il bello è che chi li celebra non ha mai neanche lontanamente pensato a ‘Colossal Youth’. Credendo Young Marble Giants una marca di piumini per montagna. Eppure i Portugal. The ManFuture Islands diventano improvvisamente accattivanti. Eppure i Surfer Blood, gli Harlem e i Japandroids sono molto più freschi di una limonata ghiacciata in pieno Ferragosto.
Holly Miranda è meglio del barocco e sorpavvalutato Lightspeed Champion. Adam Green pubblica un album di una sciatteria epocale che vorrebbe fare il verso ai grandi cantautori folk. Eppure il paffuto ex Moldy Peaches tira ancora come un caimano. Tornano Matt Pond e i Seabear ma nessuno se ne accorge. Meglio certo foraggiare i Two Door Cinema Club o i New Young Pony Club. La “maturazione” dei These New Puritans è pari a quella strillata degli Horrors. Benissimo. Questo è il mondo. Mentre gli Album Leaf e i Midlake toppano alla grande facendosi vincere dalla noia e gli Archie Bronson Outfit spostano leggermente il “tiro”. Gli Yeasayer si confezionano per il globo patinato e cool, lasciandosi alle spalle l’aura mistico-sciamanica dell’esordio.
Muore Alex Chilton e pochi fanno una piega. Mentre il mondo lo piange in Italia attendiamo il nuovo Klaxons e CocoRosie. Ma a salvarci l’anima sono ancora fortunatamente i pezzi da novanta. Da Anton Newcombe a Damon Albarn, da Alan Sparhawk a Jamie Stewart, da Angus Andrew a Joanna Newsom, da Paul Weller a Mark E. Smith. Quello che rimane è poco. Ma almeno è un poco sgorgato dalla classe e dalla passione. Dal talento e dalle emozioni. Occhi aperti e cuore in fiamme. Sempre.
(pubblicato per gentile concessione di Nerds Attack!)
Articolo del
24/03/2010 -
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