I “coccodrilli” tornano a Roma. Saluti dall’inferno nella nebbia del Verano
Fa un certo effetto ritrovarsi a pochi centimetri da Brandon Welchez e Charles Rowell, i The Crocodiles, poter vedere la loro saliva e il sudore esplodere sul palco dietro un muro granitico di suono. Per la terza volta la band di San Diego torna a Roma per una performance molto diversa da quella del 2011 al Circolo degli Artisti.

Di quella proposta noise-pop/shoegaze che, grazie a dischi elettrizzanti come Summer of Hate e Sleep Forever fece sobbalzare dalla sedia il gotha della critica musicale internazionale – da Pitchfork a NME passando per il The Guardian – è rimasto poco.
Gli anni invece non hanno scalfito l’energia di questo duo che ha messo in soffitta i synth e le ambientazioni psycho per approdare a un garage surf punk schietto e senza fronzoli.
C’è bisogno di verità. Dopo quasi vent’anni di carriera i The Crocodiles nella serata di ieri al Wishlist di Roma sembrano averci detto questo presentando Greetings From Hell, il nono album in studio dei Crocodiles, pubblicato per la Invisible Hits. Un disco compatto, composto da 10 tracce asciutte e nervose, a tratti gotico, ma che poco richiama alla mente l’estro creativo degli esordi.
Le canzoni sono veloci, piene di hook melodici irresistibili, ritmiche stop-and-go e grandi cori, pur mantenendo un’anima scura e malinconica. E così dopo l’apertura vertiginosa con “Love Beyond the grave” tratto dall’album Upside down in heaven – uno dei meno amati dalla critica – ecco scivolare rapidamente i brani di nuovo conio “Time is wasting me”, I”n love with a ghost”, “Still Kids”.

C’è spazio anche per la coverona di Iggy Pop “I wanna be your dog” e per un attimo sembra di essere al leggendario Uonna club.
Ce ne torniamo con in tasca l’unico brano che apriva quel capolavoro del 2011 che fu Sleep Forever, unica concessione piaciona al grande pubblico che proprio grande ieri non sembrava essere, vista la presenza di pochi e affettuosi intimi. Il fischio finale dopo un’ora di gioco.
La sensazione di aver assistito a una bella performance, ma non indimenticabile.
C’è tempo però per fumarsi una tzigarra nella nebbia di San Lorenzo insieme al buon Brandon il cui ciuffo laccato non sembra subire il trascorrere del tempo. Siamo lontani dal divismo delle rockstar da 100 euro per il Pit.
A pochi passi c’è un’officina dove si realizzano lapidi per il cimitero. Il rock è morto. O forse vivrà per sempre. Magari nei piccoli circoli e in serate così. La verità, forse, è semplicemente questa. Saluti dall’inferno!




