Schegge dal passato: Low – Trust (2002)
Un sibilo misterioso seguito da un tonfo di tamburo. Così si apre il sesto long play della formazione di Duluth. Sette minuti circa di andature scheletriche e chitarre dilatate accompagnate da un canto flebile ed ossequioso. Consumata “Amazing Grace” qualcosa però sembra cambiare: le corde s’inaspriscono, la ritmica diventa regolare e la melodia sembra strizzare l’occhiolino al pop. Ma “Canada” è soltanto un illusione. Con “Candy Girl” infatti si torna nelle caligini notturne: tamburi come passi di soldati e nenie per addolcire una morte lenta. Si procede a rilento, con affanno e indomita agitazione. Non si vedono altro che lande desolate e paesaggi senza luce da cui si odono rumori cosmici e tristi invocazioni corali. Poi, finalmente, il canto libero e fatato di “Tonight”, l’unica in grado di concederci un po’ di quiete che, tuttavia, non è sufficiente a placare lo spirito. Arrivati alla fine del disco si avverte, inevitabilmente, un leggero senso di smarrimento. Ci si sente attoniti e sbigottiti. Forse perché “Trust” è rock al rallentatore che scorre lungo i bordi della psichedelia. O forse ancora perché è un album madido di pulsazioni esoteriche, ballate disperate e canzoni sempre più diffidenti. Depresso ma dannatamente affascinante.
(per gentile concessione della newsletter ML:
www.musicletter.it)


