Libri/DVD 6 Novembre 2026

Still in a Dream: Shoegaze, Slackers and the Reinvention of Rock, 1984–1994

Reynolds nella sua ricostruzione delle molteplici strade imboccate da “rock e dintorni”, nel periodo oggetto della sua ricerca, stabilisce nessi, individua collegamenti e coglie analogie. La quantità di artisti citati fa girare la testa e la trattazione di diversi generi di nicchia rende la lettura davvero accattivante.

Artista
Simon Reynolds
Etichetta
White Rabbit
Anno
2026

Sarà anche inviso ad alcuni critici e appassionati di musica, ma di sicuro il celebre Simon Reynolds scrive i suoi saggi senza la spocchia da esperto del settore.

Il suo libro più recente, “Still in a Dream: Shoegaze, Slackers and the Reinvention of Rock, 1984–1994” (di cui per il momento non esiste un’edizione italiana) ha un titolo fuorviante che potrebbe distogliere parecchi potenziali acquirenti dall’immergersi nella lettura di un testo denso di osservazioni puntuali e originali e di informazioni estremamente interessanti.

Non solo Shoegaze

In questo malloppo di quasi cinquecento pagine lo “shoegaze” è solo uno dei numerosi filoni presi in esame e la massima attenzione dovrebbe essere prestata all’arco temporale 1984–1994 analizzato dal giornalista.

Nella sua ricostruzione delle molteplici strade imboccate da “rock e dintorni” nel periodo oggetto della sua ricerca Reynolds stabilisce nessi, individua collegamenti e coglie analogie. La quantità di artisti citati fa girare la testa e la trattazione di diversi generi di nicchia rende la lettura davvero accattivante.   

Una rapida e parziale scorsa dei contenuti: i Cocteau Twins (pietra angolare di un nuovo modo di intendere il suono in cui la musica non è subordinata al testo di una canzone, non è più un semplice vettore di temi); la reinvenzione della psichedelia all’interno di un contesto (gli anni Ottanta) che non deve più ricorrere ai cliché degli anni Sessanta; i Go-Betweens, Lloyd Cole and the Commotions, i Prefab Sprout e il pop dalle inclinazioni letterarie; i Throwing Muses, il surrealismo rumoroso dei Pixies e la certezza (in seguito frantumata) che sonorità come quelle non potranno mai allontanarsi dall’underground per affiorare e affermarsi nel mainstream.

Le band più influenti

L’influenza esercitata dai My Bloody Valentine, paragonabile, secondo l’autore, a quella dei semi gettati dagli AR Kane; il sottogenere denominato “Arsequake” (i Big Black di Steve Albini e i Butthole Surfers; il frastuono come reazione istintiva a una condizione di marginalità); il cosiddetto “Cutie” (forse più noto, si fa per dire, come “Twee Pop”) di Talulah Gosh e Pastels; la “scuola C86” e i gruppi della Sarah Records; i Beat Happening e i princìpi della K Records; le dilatazioni degli Spacemen 3 (“come dei Rolling Stones che interpretano “Astral Weeks” di Van Morrison”).

E ancora: il modernismo dei Sonic Youth; i Teenage Fanclub; i Galaxie 500; i Felt e i riferimenti alle teorie del critico letterario Harold Bloom di “L’angoscia dell’influenza” trasportate nell’industria discografica (“Tutto è già stato realizzato. Siamo inutili”); la riabilitazione dei “dinosauri” del passato agli occhi della critica contemporanea; la collisione di “indie-rock” e “classic rock” e gli stimoli che se ne traggono; i Nirvana, il grunge, MTV e i grandi successi di vendite che stravolgono il panorama musicale della prima metà degli anni Novanta (l’underground penetra nel mainstream e lo trasforma).  

Riflessioni sul ruolo del critico musicale

Arricchiscono il testo anche le riflessioni di Reynolds sul fascino che emana(va) il mestiere del critico musicale: l’attrattiva della ricerca di vocaboli e locuzioni in grado di evocare la magia dei suoni sprigionati dai solchi di un disco; la possibilità di orientare i gusti dei lettori delle recensioni; la soddisfazione provata nell’individuare nuovi talenti da segnalare al pubblico o nel riscoprire quelli di epoche lontane.

Alla passione viscerale per la musica, evidente in ogni pagina, il giornalista unisce la consapevolezza ‒ dichiarata apertamente ‒ delle stramberie e degli eccessi legati alla professione (le lodi sperticate, le stroncature impietose, la ridicola polarizzazione dei giudizi formulati dagli addetti ai lavori).

Gli aspetti e le caratteristiche fin qui messi in evidenza rendono insomma “Still in a Dream” un libro imperdibile da cui anche i conoscitori più esperti potranno trarre spunti interessanti e originali.