Highspeeds
Disco d’esordio dominato da tempi lenti, da arrangiamenti scarni e minimali supportati da ritmiche elettroniche; il falsetto quasi bisbigliato diventa un marchio di fabbrica che produce un cantato sognante.
- Artista
- Elliot Moss
- Etichetta
- Pias
Chi non ha mai desiderato di avere tra le mani la favolosa lampada magica abitata dal genio e poter esprimere tre desideri? Giovinezza, fama e ricchezza sono le richieste che maggiormente verrebbero espresse; Elliot Moss ha solo 21 anni, vive a New York, sa suonare diversi strumenti musicali, produce dischi e finalmente ha pubblicato la sua personalissima opera prima. Che l’abbia trovata lui, la lampada, sul fondo dello Hudson River?
”Highspeeds” è il suo disco d’esordio ma in barba al titolo è dominato da tempi lenti, da arrangiamenti scarni e minimali supportati da ritmiche elettroniche; il falsetto quasi bisbigliato diventa un marchio di fabbrica che produce un cantato sognante; i volumi bassi generano atmosfere rarefatte (Even Great Things) che riescono spesso ad emozionare, soprattutto nella bellissima Faraday Cage.
Il valore aggiunto è proprio la voce di Elliot Moss mai prepotente e piena di sfumature che quando ricerca le note alte (come nel singolo Slip) ricorda Antony Hegarty. Questi panorami sonori evocano intime serate trascorse insieme agli amici più cari a scambiarsi segreti e confidenze; l’unica eccezione è costituita dalla seconda traccia, Big Bad Wolf, che grazie alla batteria elettronica e al giro di basso sembra uscire direttamente da “Hail To The Thief” dei Radiohead. Onestamente non sono un amante della musica elettronica ma questo disco l’ho ascoltato con molto piacere.


