Love Is My Religion
Il primogenito di casa Marley, con un disco che cerca "dolcemente" di rompere le convenzioni della musica reggae degli ultimi anni
- Artista
- Ziggy Marley
- Etichetta
- Tuff Gong Worldwide
Dal precedente e “confuso” lavoro (Dragonfly – RCA Victor 2003), in cui il più noto dei figli di Bob non sapeva bene dove mettere le mani, sono passati tre anni durante i quali Ziggy pare essersi decisamente schiarito le idee. Come nel precedente disco, non si getta a testa bassa nel jamaican reggae più puro, ma come gli altri suoi fratelli (cresciuti come lui per lo più lontano dall’isola caraibica) cerca, partendo dalla propria, di ispirarsi a ben più di una cultura. A differenza di Damian che come altre giovani leve (e non solo) pesca molto nel groove americano dell’hip hop, Ziggy resta più tribale, più genuino e inserisce nella sua musica un velo di folclore internazionale. Ne è un esempio, l’uso della chitarra classica distribuito sapientemente in tutto il disco, che spicca in brani come Into The Groove e Beach In Hawaii. Oppure l’uso del flauto nella bellissima Make Some Music, che, come la chitarra classica, arricchisce la sua musica di una atmosfera calda e genuina, che una volta tanto (e finalmente!) ci porta lontano dagli USA.
Ovviamente inutile pensare che non si tratti di un disco reggae con oltretutto un pezzo ska (Black Cat), però è sicuramente un disco “dolce”, ricco di sentimento che cerca di lasciare da parte la solita rabbia e boria con cui ultimamente si stanno caratterizzando tutti i cantanti del genere. Lontano dai ritmi incalzanti del ragga e della soca che stanno andando di moda tra i compositori più gettonati, Ziggy ci riporta nella dimensione più “dolce” del reggae senza però voltarsi indietro. Dodici brani che consiglio a tutti quelli stufi del solito reggae degli ultimi anni e soprattutto a chi non ne può più delle contaminazioni con l’hip hop.
Un unico piccolo difetto: un odioso riverbero sulla voce, che ogni tanto compare e che fa molto “Tomorrow People”.


