The Winter Of Mixed Drinks
Acclamati dalla critica dopo “The Midnight Organ Fight” di due anni precedente, gli ormai cinque Frightened Rabbit contano di diventare il nome di punta nella fervida scena "folk-pop" al di là del vallo di Adriano
Acclamati dalla critica dopo The Midnight Organ Fight di due anni precedente, gli ormai cinque Frightened Rabbit, guidati dalla voce e chitarra fondatrice di Scott Hutchinson, contano di diventare il nome di punta nella fervida scena folk-pop al di là del vallo di Adriano. La band, che si arricchisce di un nuovo membro ogni nuovo album quasi matematicamente, si è affidata ancora a Peter Katis, uno che era in studio con Mercury Rev, Interpol, National, Fanfarlo, Swell Season e Jònsi Birgisson, per fare quel salto di qualità produttivo e di impatto sul pubblico. Hutchinson aveva dichiarato infatti che non gli era piaciuto fino in fondo il suono del precedente lavoro e che avrebbe lavorato assieme al gruppo molto più sulla corposità e sui dettagli di questo loro ultimo album: quello che ne esce è di sicuro un disco pronto ad essere portato davanti a molte più di poche centinaia di fedelissimi.
Già con l’iniziale Things, venata di shoegaze Glasvegasiano, i Frightened Rabbit compongono un inno in crescendo pronto per essere sfoderato nelle grandi occasioni come nella seguente Swim Until You Can’t See Land, il primo singolo estratto e decisamente la migliore carta per attirare l’attenzione su di loro: un brano di stadium pop perfetto, di sicuro quello che avrebbero dovuto scrivere gli Snow Patrol ma che non hanno mai fatto.
L’inclinazione della band di alzare i battiti del disco si nota ancora di più con pezzi corali come The Loneliness And The Scream o Living In Colour, dove il loro impeto emotivo assimilabile ai Mumford & Sons si manifesta meglio. In effetti il fan della prima ora potrebbe trovarsi un po’ disorientato con tutti questi decibel in più e la maggiore stratificazione sonora di questo album, ma è come non guardare la televisione perché ci piaceva tanto la radio: qui i FR vogliono dimostrare di poter stare in mezzo ai grandi, parafrasando The Loneliness And The Scream, “Am I here? Of course I am. Yes”.
E allora ben vengano tracce come quelle già citate, o come Nothing Like You che rimanda ai Radiohead di Bodysnatchers, o nella doppietta Foot Shooter – Not Miserable che mischia l’attitudine stadio dei Coldplay al riverbero di tutta la strumentazione.
La finale Yes, I Would è la chiusura ideale per un disco di questo tipo, portando con sé un intreccio melodico di discreta fattura ma che fa chiudere un po’ il sorriso su questo album: nonostante sia decisamente un buon lavoro, l’ultima canzone fa pensare che tutto questo ricorso ai decibel non era la sola e unica via per un gruppo in continua crescita numerica e di esperienza, che forse ce l’avrebbero fatta ugualmente a comporre un album che spiccasse dalla media. Ma ormai la strada è imboccata, hanno lasciato indietro tutto e stanno nuotando finché non toccheranno la terra del successo.


