Indie 18 Febbraio 2014

Warble Womb

Un monolite lisergico di 75 minuti di musica, una nebulosa caleidoscopica rarefatta pronta a evaporare condensata e intangibile mentre il sound fluttua all'interno di un'atmosfera che sa di classica psichedelia

Artista
Dead Meadow
Etichetta
Xemu

Un monolite lisergico di 75 minuti di musica, una nebulosa caleidoscopica rarefatta pronta a evaporare condensata e intangibile mentre il sound fluttua all’interno di un’atmosfera che sa di classica psichedelia, questo è Warble Womb dei Dead Meadow.

A distanza di undici anni questo sesto album vede inoltre il ritorno in line-up della batteria di Mark Laughlin (già presente nei primi due album della band Dead Meadow (2000) e Howls From The Hills (2001)) ad accompagnare il basso di Steve Killey, i sognanti e corposi assoli di chitarra e la voce gracile e malinconica di Jason Simon, tra acidità sonore, fuzz saturati, dilatazioni ritmiche, incessanti distorsioni e vagiti di wah wah.

Il disco esplora dunque territori personali che volgono lo sguardo a un orizzonte lontano, a un passato impregnato di quella psichedelia tradizionale spruzzata di folk, stoner, blues e classic rock. Densità e calore melodico si mescolano così a polveri ritmiche fredde e immateriali, costruendo ipnotici anfratti sonori, cumuli di suoni che graffiano cupi (Six To Let The Light Shine Thru) e granitici (1000 Dreams) tra ballate sognanti (I’m Cured, One More Toll Taker) e visioni distorte (Warble Womb I, Warble Womb II) sostanze espanse (Copper Is Restless(’Til It Turns To Gold)) e allucinazioni quasi spettrali con echi femminili (Rains In The Desert).

Tra memoria e una leggera vena sperimentale, Warble Womb consolida e conferma la personale tipicità del sound dei Dead Meadow, per un viaggio surreale e colorato, sin dalla copertina, in pieno stile psych rock.