|
Il secondo album - non sarò certo io il primo a dirlo e probabilmente non è neanche la prima volta che me lo dico da solo - è forse il più importante in assoluto per una band. Soprattutto per una band che ha avuto successo all’esordio, come i Kooks. E soprattutto ora, in un momento in cui ogni tre mesi spunta una nuova next big thing con un album d’esordio acclamatissimo da chissà quale rivista. In ogni caso, infatti, se un artista è capace di produrre un secondo album migliore del primo o, magari, addirittura un “(What’s The Story?) Morning Glory”, di sicuro non finirà dieci anni dopo a vendere panini all’uscita di una delle discoteche per studenti stranieri di cui è piena Brighton. Anche senza avere granché altro da dire. Di “Konk”, il secondo album dei Kooks in uscita ad aprile, per ora non posso parlare, avendo ascoltato solo un minuto o poco più del primo singolo “Always Where I Need To Be”. Singolo che, per toni e per sonorità, avrebbe benissimo potuto essere l’ultimo del primo album ed il degno erede del tormentone “Naive”. Ma di “Konk” hanno parlato a Milano Luke Pritchard e Hugh Harris, cantante e chitarrista della band. Sigaretta d’ordinanza, capelli coraggiosi per chiunque non sia una rockstar, i due ragazzi di Brighton si sono detti (ovviamente) molto soddisfatti del loro nuovo album, frutto di un lavoro lungo (ma, comunque, “sempre divertente”), molto atteso ed in cui trovano spazio una “maggiore sperimentazione ed una maggiore cura dei suoni”. Un album sostanzialmente figlio del riuscito “Inside In / Inside Out” e che non stravolgerà quindi le aspettative dei fan della band. Ma un album nel quale, comunque, ci sono i segni di “una (lenta) evoluzione e di un miglioramento del sound, un sound diventato ora più personale, più diretto e, forse, meno classico”. Se il sound cambia un po’, i temi, invece, restano gli stessi del primo album: la musica dei Kooks infatti continua ad aver lo scopo di “far dimenticare la merda che ci sta intorno e far star bene già al primo ascolto”. Niente di troppo impegnato, quindi. Ma, comunque, l’onestà per ammetterlo.
Questo per quanto riguarda l’album. Poi, Luke e Hugh hanno parlato di un po’ di tutto, dal loro rapporto con le nuove tecnologie, come myspace (“un ottimo strumento che consente a tutti e, soprattutto, a chi realmente lo merita di farsi conoscere tramite il passaparola”) ed i telefonini con gli mp3 (“la musica, per apprezzarla davvero, dovrebbe essere ascoltata in un contesto adatto, non con in mano un telefonino. Lo strumento migliore resta sempre il vinile. E in America non costano un cazzo!”), ai lati più belli del loro lavoro (“i soldi, il taglio di capelli ed i vestiti gratis” in una prima divertente - e, in fondo in fondo, anche un po’ vera - versione, e poi, più seriamente, “la possibilità di suonare davanti alla gente e di trovarsi di fronte a situazioni sempre diverse, un po’ si gira il mondo in tour, un po’ si suona in studio, poi si compone”) fino al racconto di qualche episodio divertente della loro giovane carriera (come un improbabile concerto alle 5 del mattino, in mezzo a ballerine mezze nude e personaggi di ogni genere, alla serata Manumission al Privilege di Ibiza).
Alla fine, una chiacchierata piacevole. In attesa che a parlare sia la loro musica.
E pazienza se a nessuno è venuto in mente di parlare di filosofia o di chissà quali temi impegnati. I Kooks sono questi.
Articolo del
25/03/2008 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|