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Bruce Springsteen
Milano, 25 giugno. Nello stadio, l'immortalità del Boss
25/06/2008
di
Emanuele Tamagnini
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Nelle foto promozionali Danny Federici c'è ancora. Defilato sulla sinistra, sorridente. Perchè Danny Federici c'è sempre stato. Accanto al suo "boss" per quaranta anni. "Phantom" così lo amava chiamare Springsteen. Phantom se ne è andato il 17 Aprile scorso. Ma sul palco di S.Siro sarà come non fosse mai partito. Milano 25 Giugno. Sold out. Concerto anticipato di mezz'ora perchè il "concerto" durerà tre ore. Bruce Springsteen a Settembre compirà 60 anni. Eppure lo smalto, col tempo, è rimasto lucente come allora. 42 anni fa - 22 Maggio 1966 - un gruppo di ragazzi che si facevano chiamare i Castiles (una marca di shampoo usata dal cantante George Theiss) entrarono in uno studiolo di registrazione a Bricktown (New Jersey). Incisero due brani mai realizzati in seguito e tennero 29 concerti al Cafe Wha del Greenwich Village dove era divampata la luce della stella Jimi Hendrix. Nulla di strano se non fosse che tra quei giovani c'era proprio Bruce Springsteen. 18 dollari aveva speso per una chitarra usata. Perchè dalla radio arrivavano le tentazioni più forti. Beatles, Stones, Manfred Mann, Mitch Ryder, Sam Cook e Elvis Presley. Ovviamente Elvis. Come tanti, come tutti. Il primo disco acquistato fu proprio 'Jailhouse Rock' anche perchè colpito dall'apparizione del "re" all'Ed Sullivan Show. Poi nacquero i Child che cambiarono nome in Steel Mill. Danny Federici, Vini Lopez e Vini Roslin. A casa. Ad Asbury Park. Poi Steve Van Zandt, quindi David Sancious. La storia da cui nasce la E-Street Band. Il primo verboso Springsteen, quello che amo di più, quello del 1973. Quello di 'Greetings From Asbury Park, N.J.' e di 'The Wild, The Innocent & the E Street Shuffle'. Dove forte appare l'influenza folk di Dylan e Van Morrison. Con quel cantato un po' alla Robbie Robertson. Quello dei dieci minuti di 'New York City Serenade', epocale atto d'amore verso la "città". La sua band che si stabilizza e scrive le pagine più belle. Il break monumentale di 'Born To Run'. Pete Townshend riteneva quel disco il più importante degli anni '70. L'America aveva un nuovo eroe. Dopo Elvis. Dopo l'invasione britannica. I perdenti e i vincitori narrati dalle canzoni di Springsteen erano i perdenti e i vincitori della nostra quotidianità. Il trionfo. La gloria. Gli stadi. 'Nebraska' (1982) dipinge il "freddo" dell'anima. Come le "badlands" di Terence Malick. Un disco fatto in casa, in solitudine, che verrà trasformato in seminale negli anni a venire, quelli del nuovo millennio. Poi la colonna sonora degli Stati Uniti ('Born In The Usa'), il matrimonio, il momento di passaggio senza la "band", il ritorno, il folk delle radici, la nuova consacrazione alle soglie dei sessanta. Milano. 25 Giugno. Stadio S.Siro. Bruce Springsteen è ancora vivo. "Quando ho iniziato a suonare la chitarra avevo due cose in mente. La prima era quella di diventare famoso, la seconda quella di evitare accuratamente ogni responsabilità. Solo la prima ha funzionato. Con il passare degli anni ci si rende conto che non si può più sfuggire dalle proprie responsabilità". Milano, 25 Giugno. Nello stadio, l'immortalità.
(pubblicato per gentile concessione di Nerds Attack!)
Articolo del
26/06/2008 -
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