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Dicono che in Rete si possa trovare tutto. Ed è vero. L’ho sperimentato personalmente qualche giorno fa quando, più per sfizio che altro, ho provato a digitare su uno degli innumerevoli software oggi disponibili le fatidiche parole: “cracked+actor+bowie” e “decline+western+punk”. Detto, fatto. Nel giro di poche ore la memoria del mio PC accoglieva benevolmente la versione digitale di due documenti filmici musicali che per anni avevo sempre desiderato vedere, non riuscendovi mai, e che nel corso del tempo avevano assunto per me una valenza quasi mitica: il documentario “Cracked Actor” girato da Alan Yentob per la BBC nel 1975, a tutt’oggi unica testimonianza filmata del tour più teatrale di sempre di David Bowie, e il film “The Decline Of Western Civilization” di Penelope Spheeris del 1980 sull’emergente scena punk a Los Angeles. Ieri ho masterizzato il tutto, ho inserito il dischetto nel lettore DVD e senza neanche accorgermene ho fatto le 4 del mattino. Ma ne valeva la pena! Ho finalmente visto cose che per lungo tempo avevo solo immaginato ascoltando la colonna sonora dell’omonimo film della Spheeris e leggendo i resoconti del documentario di Yentob. Ho visto Darby Crash, il cantante dei Germs, mettersi sulla spalla un aracnide gigante; i Circle Jerks sparare una musica di velocità inusitata per l’epoca di fronte a un nugolo di pogatori impazziti; ho finalmente visto (e non solo ascoltato) Eugene, il ragazzino punk che cerca di spiegare come l’hardcore sia “something new and it's just reviving like old rock n roll, and it's like it's raw and it's for real, and it's fun. You know like it's not bullshit there's no rock stars...”; e poi ho visto David Bowie in giro per l’America nella sua limousine, scombussolato e strafatto di coca durante le interviste ma sensazionale negli spezzoni girati dal vivo allo Universal Ampitheatre di Los Angeles, dove si ha la misura di come quest’uomo (questo alieno) stesse in quel periodo rivoluzionando il linguaggio del rock and roll.
Sono due documenti rarissimi (“The Decline...” uscì anni fa in videocassetta ma oggi è introvabile anche se sembra che al momento la Spheeris ne stia curando la riedizione su DVD, “Cracked Actor” invece dopo il passaggio alla BBC non è mai uscito in forma ufficiale e probabilmente non uscirà a causa degli ostacoli posti dallo stesso Bowie) e finalmente, grazie alla Rete, li ho potuti vedere. Paradossalmente, però, vederli ha fatto sì che perdessero una parte del loro fascino: erano un qualcosa che avevo a lungo immaginato e su cui avevo fantasticato, e ora tutta la magia si è volatilizzata. Perché in fondo Darby Crash non era affatto l’agnello sacrificale all’altare del punk che appare sulla foto di copertina di “Decline...” ma un ragazzotto dei quartieri alti dallo sguardo non troppo intelligente; Eugene e i suoi amici, lungi dall’essere dei romantici ribelli senza causa, erano solo dei poveri ragazzi spiantati provenienti da famiglie disastrate che non gli avevano trasferito nessun valore decente; e il mitico concerto bowiano allo Universal Ampitheatre di Los Angeles, se lo si guarda bene, in fondo era solo… un concerto, uno dei tanti della tournèe americana di Bowie del 1974, con tutti gli stantii rituali del caso (la limo che arriva, i fans che fanno a gara per chi è più fanatico, i thank you thank you thank yous durante l’ultima encore).
Ciò non toglie che siano due documenti essenziali. Il fatto è che l’immaginazione supera sempre la realtà, e quando si toglie quel certo velo di mistero anche l’evento più epocale rischia di apparire banale. Normalizzato. Ordinaria amministrazione. E questo mi porta a ricordare una conversazione avuta tempo fa con un sedicenne amico di famiglia a cui stavo spiegando i perché e i percome dei Led Zeppelin. Alfin convinto dalla mia disquisizione, disse che la sera stessa, a casa, si sarebbe scaricato l’intera discografia dei Zep, lasciandomi interdetto. Ma come? Una dozzina di album così in un colpo solo, senza preparazione, senza neanche vedere le copertine? Non ne riuscivo a cogliere il senso, io che ho sempre fatto degli sforzi sovrumani per comprare e talora solo registrare un disco, io che in fondo – diciamo la verità – “The Decline...” non l’avevo mai visto perché disponibile solo d’importazione com’era, costava un sacco di soldi e non potevo permettermelo.
In Rete si trova tutto, non costa nulla e se ne può disporre in tempo reale. E’ tutto troppo facile, e se è vero – come è vero – che siamo in una fase di declino della musica popolare occidentale (per quote di mercato rispetto ad altre offerte di intrattenimento e per incidenza sui costumi giovanili e non solo), la perdita del suo fascino e del suo mistero è indubbiamente una delle cause. Come dicono oltreoceano: “no pain no gain”... Niente di più vero, e non solo per le cure dimagranti...
Articolo del
08/07/2008 -
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