|
Qualche giorno fa il Times Online, con una breve inchiesta firmata dal giornalista Robert Collins, ha tentato di analizzare la situazione della musica (indie) rock nostrana - già questa, di per sé, mi pare costituisca notizia di un certo interesse. Anche attraverso le dichiarazioni di gente come Settlefish, Disco Drive, Cut e Verdena. Obiettivo: capire come mai è (sempre stato) complicato incontrare una band italiana all’estero.
Punto primo: mi pare che, dopo mesi di merda scaricata sul nostro paesetto sotto ogni genere di aspetto, dalla monnezza alle nuove leggi ad personam, i toni siano sostanzialmente differenti e che insomma, si, essere definiti dal Times «untapped corner of the rock world» non sia proprio il peggiore degli insulti incassabili. In un certo senso, infatti, il pezzo di Collins serve proprio a sottolineare il potenziale di una scena che però, per vari motivi, non varca i confini della penisola italica - e spessissimo nemmeno quelli della propria area geografica, aggiungerei con una certa mestizia.
Punto secondo: non mi pare che le ragioni che ne escono siano particolarmente pregnanti. Corrette, senz’altro, ma non determinanti se si gira la faccia all’Europa attingendo ad altre esperienze. In ordine sparso: la difficoltà ad abbandonare la lingua italiana/imposizione di cantarci da parte delle major, la preferenza per un piccolo ma sicuro cachet in Italia piuttosto che l’avventura all’estero, l’assenza di una rete di etichette ferrate e strutturate per i rapporti oltre confine, etc.: tutto giustissimo.
Mi domando però se, mondo anglosassone a parte e nemmeno tutto, vagonate di band, provenienti dai più impronunciabili paesi del globo, non abbiano alla fine affrontato le stesse, identiche difficoltà nel corso della loro carriera. Alcune superandole, altre no, come sempre accade. Penso ai Sigur Rós, che certo beneficiano di quell’alone di esotismo frutto di una lingua così bislacca come l’islandese, ma che un po’ di tempo ne hanno impiegato per sbocciare dalla dorsale medio atlantica. E, come loro, molte altre formazioni internazionali.
Insomma, mi pare che le ragioni siano al contempo più complicate e più semplici. Da una parte c’è che l’Italia, in ambito rock, non ha mai avuto una tradizione entusiasmante sotto il profilo dell’esportazione, eccezion fatta per rare ma straordinarie gemme. E questo a causa di una micidiale mistura di pregiudizi, difficoltà strategiche e carenza effettiva di originalità. Dall’altra è tutto molto più semplice e, in un certo senso, «if you’re willing to get 100 bucks and sleep on the floor, you can get a show anywhere», come dice Jonathan Clancy nel pezzo del Times.
Alla fine della fiera, di materiale (umano e musicale) per poter far capolino all’estero, ce ne sarebbe. Speriamo tuttavia che fra qualche tempo non saremo ancora qui a spippettarci sul Live In Usa della Pfm e a doverci sorbire le stronzate degli spocchiosi divetti locali convinti che Milano e Roma siano il centro del mondo. Quando sono, a malapena, il centro di un’Italia incartata su sé stessa. Ed è questo, forse, il primo ostacolo da gettare al fiume.
popimmersion.blogspot.com
Articolo del
24/07/2008 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|