Wolf In The Piano
Tra passato hardcore e presente in bilico tra post rock e americana, per un esordio tra luci ed ombre.
- Artista
- Wewe
- Etichetta
- CD autoprodotto
Arrivano da lontano i Wewe e con loro portano un bagaglio musicale nel quale trovano posto hardcore e post punk, avendo fatto parte di progetti importanti come Fluxus e Ifix Tchen Tchen. Non certo dei novellini quindi, ma per il loro esordio sotto il nuovo monicker, con ”Wolf In The Piano” i nostri decidono di lasciarsi, in parte, alle spalle il passato. La loro musica è infatti di matrice principalmente acustica, anche se viene spesso innervata da robuste sferzate elettriche. Una musica capace di evocare atmosfere rarefatte, a tratti quasi tenebrose.
Il loro sound sarebbe l’ideale colonna sonora per una folle corsa notturna, a fari spenti e durante un temporale, lungo una sperduta highway americana. Si perché i Wewe sembrano in parte attingere agli stilemi classici dell’Americana, in senso stretto, ma il tutto viene avvolto da tenebre sonore ulteriormente rafforzate da una voce mantrica, a tratti di provenienza quasi ultraterrena. Incipit migliore di “Bomu” i nostri non potevano trovarlo; tetra e scura è sintomatica di quale sarà l’andamento dell’intero lavoro. In “Chisel” trovano spazio invece le chitarre acustiche tra cambi di tempo e accelerazioni. “Cyrano’s Nose” e “State Of Grace” rappresentano l’ideale connubio tra l’attuale e la passata anima sonora dei nostri, elettrificando l’impianto acustico alla base del loro suono. Deliziosa per atmosfere e interpretazione è “Hush”, forse il momento più alto dell’intero lavoro. “Masai” e “Long Night” tornano ad atmosfere più soffuse, anche grazie ad una batteria prima percossa con i mallets e poi spazzolata efficacemente.
La voce baritonale di Davide Raccagni assurge al ruolo di protagonista nel quasi talking di “Bring Me Up The One Who Sings”, con le chitarre impegnate a intrecciare arabeschi orientaleggianti. Sa di deserto invece la title track, grazie anche al riuscito sdoppiamento della voce dello stesso Raccagni. Meno riuscita è “Shout In Silence” che cerca una sintesi tra acustico ed elettrico, ma senza riuscire mai a decollare. Meglio sicuramente il suo reprise acustico posto in chiusura. Una formula sonora quella scelta dai nostri che subito affascina ma che alla lunga è forse penalizzata da una voce a tratti fin troppo monocorde e a brani che paiono in alcuni momenti troppo simili tra loro. C’è da dire che i Wewe dimostrano comunque una buona capacità esecutiva, ma a mio avviso devono ancora migliorare dal punto di vista della composizione.
Tracklist:
01. Bomu
02. Chisel
03. Cyrano’s nose
04. State of grace
05. Hush
06. Nasal
07. Long night
08. Chisel (electric)
09. Bring me up the one who sings
10. Wolf in the piano
11. Shout in silence
12. Shout in silence (reprise)


