Milano Film Festival 2013
Il Milano Film Festival è arrivato alla sua diciottesima edizione e anche quest’anno si conferma una delle vetrine più importanti per il cinema indipendente..
Il Milano Film Festival è arrivato alla sua diciottesima edizione e anche quest’anno si conferma una delle vetrine più importanti per il cinema indipendente e gli esordienti e riflette la situazione di crisi economica, sociale e politica attuale.
Nell’interessantissima sezione Colpi di Stato dedicata al cinema politico sono stati proiettati documentari come God Loves Uganda di Roger Ross Williams, un resoconto vivido e critico del modus operandi di un altro fondamentalismo, quelle delle sette evangeliche degli Stati Uniti. Da segnalare anche Les Chebabs de Yarmouk di Axel Salvatori-Sinz, ambientato nel più grande campo profughi palestinese a Yarmouk in Siria dal 1948, a pochi km da Damasco. Protagonisti del documentario sono un gruppo di quattro giovani ragazzi, esuli di terza generazione con aspirazioni comuni ai loro coetanei, che si troveranno a scegliere tra l’abbandono della famiglia e degli amici per un futuro incerto e la lealtà alla comunità e ai suoi valori. Girato tra il 2009 e il 2011 il documentario si chiude alle soglie della guerra civile, diventando importante materiale d’archivio.
Nella sezione outsiders spicca Museum Hours di Jhem Coen in cui l’arte diventa il filtro per leggere la vita e coglierne la bellezza, diventando terapia contro l’alienazione e la solitudine dei due protagonisti. Il film è stato presentato in concorso al festival di Locarno nel 2012, Patty Smith figura come produttrice esecutiva.
Come sempre il MFF ha dato grande spazio alla musica. E’ stato presentato Finding the Funk di Nelson George, il documentario che ripercorre mezzo secolo di storia del funk. Attraverso i suoi storici protagonisti analizza il periodo sociale e il contesto geografico in cui si sviluppa il funk, non soffermandosi solo sul passato, ma rivolgendo lo sguardo sul presente e sul futuro di questo genere in continua evoluzione.
Altra chicca presentata in anteprima è A Band Called Death un racconto epico e commovente dei Death la prima band black punk, dalla nascita allo scioglimento, fino alla riscoperta e il successo negli anni 2000.
In concorso è stato presentato il primo lungometraggio di Anthony Chen Ilo Ilo vincitore della Caméra D’or allo scorso Festival di Cannes. Il film racconta una vicenda intima e personale di un famiglia di Singapore, che diventa a sua volta specchio di una società travolta dalla crisi. E’ stata dedicata anche un’ampia retrospettiva all’autore sperimentale francese Sylvain George, che comprende tutti i suoi cortometraggi e tra i lunghi Les eclats e Vers Madrid. Tra i vari eventi speciali è stato presentato Labirinth in odorama e si è svolto un workshop con la scuola civica di cinema e televisione di Milano.
Il premio per il miglior film di questa diciottesima edizione del MFF è stato assegnato a Les Rencontres d’après minuit opera prima del regista francese Yann Gonzalez. Tra fiaba kitsch e soft porn il regista ci porta in luogo lontano dalla nostra vita quotidiana; la storia (assurda) complessa si sviluppa su diversi livelli , toccando temi quali il dolore, la morte, il trauma, la poesia e la bellezza, firmando un esordio coraggioso e sorprendente.
La menzione speciale e il Premio di Aprile per il miglior film sono andati a Mirage à l’italienne di Alessandra Celesia, un documentario poetico che mostra il lato umano della crisi dell’Italia.
Il premio della giuria studenti è stato assegnato a In Bloom di Nana Ekvtimshvili e Simon Grob, per l’ideazione, la costruzione e l’interpretazione dei personaggi e per la profonda e poetica rappresentazione dell’universo femminile.
Nella sezione Outsiders è stato presentato The Act of Killing di Joshua Oppenheimer un documentario sul genocidio di mezzo milione di oppositori negli anni 60 in Indonesia. Un doc originale e sconvolgente a vista di Werner Herzog il film più spaventoso e surreale del decennio.


