Jazz 19 Febbraio 2016

A New Dance

Siamo di fronte ad un disco dall’afflato cosmopolita le cui morbide melodie si insinuano lente, in punta di piedi, ma che rimangono impresse a lungo.

Gerusalemme è una città complessa ed ammaliante che deve la sua ricchezza culturale a stimoli provenienti da diverse parti del mondo; il chitarrista Rotem Sivan ha potuto beneficiare di questo humus pluralista essendo nato e cresciuto in questa città, dove ha anche studiato musica dedicandosi soprattutto al Jazz di cui si è innamorato da giovanissimo; per poter vivere della sua passione si è poi trasferito a New York completando il suo percorso formativo; il suo stile sensibile ed elegante gli ha permesso di suonare nei locali più importanti della grande mela e gli ha conferito un’eccelsa reputazione.
“A New Dance” è il suo terzo disco ma il primo che viene distribuito con convinzione in tutta Europa; è stato registrato in presa diretta e ciò ne aumenta il fascino ed evidenzia la coesione tra Rotem Sivan e gli altri musicisti: Haggai Cohen Milo al basso e Colin Stranahan alla batteria; composto da fraseggi sontuosi ma mai prepotenti è una dimostrazione del talento compositivo ed esecutivo del trio; si passa dal valzer quasi ipnotico di Sun & Stars impreziosito da un ispirato brushing a ballate più intimiste come One For Aba e Yam (che in ebraico significa “oceano”) ispirata all’acqua e ai suoi sonici movimenti. Almond Tree è l’unica traccia in cui compare una voce, quella delicata di David Wright. Ma è la title track a regalare le emozioni più intense: A New Dance è contraddistinta da un bellissimo dialogo tra basso e chitarra che alternano momenti lounge a parti più ritmate con accenni allo yiddish.
Siamo di fronte ad un disco dall’afflato cosmopolita le cui morbide melodie si insinuano lente, in punta di piedi, ma che rimangono impresse a lungo.