Qualche tempo fa, al laboratorio musicale del mio liceo, il mio professore di educazione fisica, che poi era anche il coordinatore del laboratorio, ci propose di suonare un brano dei Mercanti di Liquore, che all’epoca conoscevo solo per la loro versione di “Geordie” nel tributo a Faber del 2000.

Il brano era “Il Viaggiatore”.
A distanza di anni, soprattutto nell’ultimo anno, è diventato uno dei tanti brani che, in qualche modo, parla di me. Ha un ritornello meraviglioso, fa più o meno così: “Il viaggiatore viaggia solo
E non lo fa per tornare contento
Lui viaggia perché di mestiere
Ha scelto il mestiere di vento”

Da me, quando si dice “cosa di ventu”, si sta indicando un qualcosa di assolutamente intangibile ma che, tuttavia, riesce a farsi sentire: le parole, non necessariamente quelle non scritte, per noi, sono “cosi di ventu”.

Probabilmente quel pezzo lo sento così vicino perché, in qualche misura, anche il mio mestiere è un “mestiere del vento”, fatto di parole ed, ancora di più, di impressioni.
E fatto di viaggi.
Più o meno fisici.

Ho una concezione abbastanza romantica del viaggio fisico, naturale conseguenza di una profonda ritrosia nel prendere aerei di sorta. I miei viaggi sono lenti, a prima vista delle mezze odissee, lunghe ed estenuanti.

In realtà per me la lentezza è una cosa fondamentale, significa raccogliere le idee e metterle in fila. Far sedimentare emozioni ed impressioni per poterle raccontare meglio.

In fondo, l’ho detto mille volte, chi crede che fare il critico significhi asetticità ed oggettività prende una cantonata di dimensioni stratosferiche, ma proprio a cominciare dalla stessa etimologia di “critico”: viene dal greco, significa esattamente “sottoporre a giudizio”.
È abbastanza ovvio che il giudizio cambia da persona a persona.
Vivadio, mi verrebbe da aggiungere.

E quindi, come ogni volta, anche questo pezzo è un racconto, fatto di sensazioni ed emozioni.
Le mie.
E, spero, anche le vostre.

Dunque, ho deciso di cominciare ad andare in giro per festival e rassegne varie, dopo il Tenco dello scorso anno c’ho preso gusto.
Questa volta, spinto anche dall’invito e dalla compagnia di Marco Sonaglia del “Popolo del Blues”, ho fatto tappa ad Ancona, a “La Mia Generazione” festival a direzione artistica Mauro Ermanno Giovanardi.

Mi fa sorridere la coincidenza che mi vuole “fuggente” dalle rassegne- causa altri impegni- dopo una serata: fu così al Tenco, è stato così ad Ancona. Ma poi vi racconterò anche perché.

“La Mia Generazione”, dicevamo. Nome che viene dal disco omonimo che Gio’, come lo chiamano tutti, pubblicò nel 2017. Era, quello, un bellissimo omaggio alla stagione meravigliosa (e per certi versi epica) dell’underground italiano degli anni ’90. Ed infatti nell’album Giovanardi duettava con Rachele Bastreghi, Mimì Clementi, Godano, Agnelli ed altri, cantando, appunto, pezzi del repertorio dei Subsonica, degli Afterhours, dei Marlene.

Chiaro che, con queste premesse, un festival con quel nome non poteva che essere un antidoto al pop- spazzatura che circola.
Ed infatti il cartellone della prima giornata è un trionfo di ottima musica e, Perturbazione a parte, potrebbe tranquillamente chiamarsi “La nostra generazione”, riferito proprio all’età di chi scrive al momento (ventidue anni, se non fosse chiaro ndr).

Ad aprire le danze ci pensano due talking, a loro modo entrambi interessantissimi: Emiliano Colasanti intervista Vasco Brondi e, successivamente, Giulia Blasi intervista Motta.

Colasanti e Brondi ci parlano di un “Tempo sospeso”, di- giusto per tornare al punto di partenza- racconti dal tempo del lockdown, delle impressioni di quei giorni e delle riflessioni del cantautore ferrarese.
Alla fine del talkin Brondi regala un mini set acustico, con “Waltz degli scafisti”, “Coprifuoco” e “Un bar sulla via lattea”. Questa nuova veste, molto più intima, mette in risalto la potenza malinconica dei testi di Brondi, riuscendo- quasi con un ossimoro- a renderli ancora più deflagranti.

Motta e Giulia Blasi discutono, invece, di “Vivere la musica”, libro di Motta uscito qualche mese fa. Ne viene fuori una interessante chiacchierata sulla disciplina musicale, su uno studio decisamente più empirico, fatto di musica suonata, e sull’essere punk. Il solito mini set acustico, fatto di tre pezzi (“La fine dei vent’anni”, “Dov’è l’Italia” e “Mi parli di te”) inframezza l’intervista e, soprattutto, dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, la bravura del cantautore toscano, incredibile soprattutto sul controllo e sulla pulizia vocale.

I concerti della sera sono affidati a Lucio Corsi ed ai Perturbazione.

Corsi regala un set incredibile, variopinto e dannatamente glam rock. Lucio è un animale da palcoscenico, uno che il palco se lo mangia, ed anche questa volta non si smentisce, complice anche una ottima intesa col pubblico. Il set, a fortissime tinte anni ’70, è pieno di tastiere e soli di elettrica distorta, che ben si sposano con l’eccentricità dei versi del cantautore toscano. Fra i brani in scaletta molti provengono, ovviamente, da “Cosa faremo da grandi”, il suo ultimo album. Ma non mancano cose come “Altalena Boy”, pezzo che tre anni fa, dal palco maceratese di Musicultura, lo lanciò nel panorama indipendente, ed un bellissimo medley fatto da “Maremma Amara”, dovuto omaggio alla grandezza di Caterina Bueno, e “E non andar più via”, fra i capolavori di Dalla. Il tutto montato sugli accordi di “Rimmel”. Ed, a proposito di De Gregori, notevole è anche la cover di “Bufalo Bill”.

A succedergli sul palco c’è una delle formazioni storiche della musica indipendente italiana, i Perturbazione.
Tommaso Cerasuolo e compagni regalano un set intenso e delicato. Molti pezzi vengono, come era prevedibile, da “[dis]amore”, il loro ultimo lavoro, album fra le altre cose finalista al Tenco (svettano “Mostrami una donna”, “Le regole dell’attrazione”, “Chi conosci davvero” e “Le spalle nell’abbraccio”), ma non mancano i grandi classici come “L’Unica”, “Buongiorno Buonafortuna” o la splendida “Agosto”. La vera chicca del concerto è, però, una gran bella versione chitarra e voce di “Incontro” di Guccini. Cerasuolo intrattiene il pubblico con una prova vocale perfetta e pulitissima e con un notevole carico di genuina emozione addosso.

Dulcis in fundo ci sarebbero alcuni scambi di battute con Corsi, Cerasuolo e Giovanardi. Ma prima di farvele leggere volevo ringraziare intanto i suddetti Corsi, Cerasuolo e Giovanardi per la disponibilità e soprattutto per avermi fatto tornare ad interviste vis- a- vis. Poi grazie, ovviamente, ai ragazzi dello staff, che sono stati molto gentili nel rispondere e, cosa mai successa prima, nell’informarsi sulla nostra presenza o meno la seconda sera, dal momento che non ci hanno visti arrivare.
Mi permetto, si licet, una piccolissima osservazione/ richiesta: una, diciamo così, concretizzazione fisica degli accrediti stampa. Che ne so, un badge, una spilla, un braccialetto… qualsiasi cosa da poter esibire a richiesta, ecco. Ho seriamente rischiato di saltare l’intervista con Giovanardi proprio per non essere “riconoscibile”, e mi sarebbe dispiaciuto.

Ad ogni modo, adesso via di interviste!

Lucio Corsi

Il tuo album si intitola “Che cosa faremo da grandi”. Ecco, da grandi faremo David Bowie o Ivan Graziani?
(Sorride) Spero nessuno dei due, spero me stesso, ecco. E poi è una domanda che non vuole una risposta, è questa la cosa che mi ha intrigato di questa frase. Penso sia una di quelle domande bellissime che non hanno bisogno di risposte, ed è giusto così.

Tu hai uno stile di scrittura che al momento, per quanto mi riguarda, è assolutamente unico, pieno di suggestioni particolarissime. Come ci arrivi?
Non so dirlo con precisione, so dire che ciò che mi ispira è tutto ciò che mi circonda, alla fine. Storie altrui, storie personali, panorami, quadri, articoli di giornale… qualsiasi cosa. Basta cercare un altro modo di guardarle, un’altra prospettiva, un’altra angolazione. E nel fare questo ci trovo una gran dose di divertimento, che poi è quello che mi spinge a cercare di “trasformare” queste cose. Grazie anche allo strumento principale nell’espressione artistica, che è la fantasia: è come la chiave inglese per un meccanico. Senza la fantasia è impossibile scrivere una canzone come anche, ad esempio, dipingere. Riesce ad ingigantire o rimpicciolire qualsiasi cosa.

È un lavoro che fai a poco a poco o ad un certo punto arriva l’ispirazione?
No, non credo nell’arrivo dell’ispirazione. Credo che, come in qualsiasi altro mestiere, si debba star lì- in questo caso davanti ad un pianoforte o ad una chitarra- e suonare e scrivere. Più tempo si passa lì e meglio è, più si può fare questo mestiere. È come un artigiano: se non si mette al banco non potrà mai farlo di mestiere.

Tu abiti in campagna, mi sembra. La provincia quanto entra nelle tue canzoni, e come lo fa, soprattutto?
Ci entra assolutamente. Io amo la Maremma, che è la terra da dove vengo, per questioni di abitudini ma anche di oggettiva bellezza del territorio. Son nato e cresciuto in campagna, più fra alberi dell’ombra che pali della luce, ecco. E poi ci vuole il silenzio per scrivere canzoni, perciò meglio di lì, di quel posto, non c’è.

Silenzio cammina di pari passo con solitudine o no?
Non necessariamente. E poi “silenzio”, “attesa”, “solitudine” son termini visti quasi sempre come negativi. E in realtà è tutto il contrario, sono cose bellissime: è bellissimo starsene zitti. E questo si impara, secondo me, dai pianoforti o dagli strumenti. Sanno stare zitti molto più di noi, musicisti o uomini in generale. Oppure gli alberi quanto sanno attendere: magari sanno scappare eppure sono lì che aspettano il momento giusto.

Tommaso Cerasuolo, voce dei Perturbazione

Un album di ventitré canzoni viene quasi da un’altra epoca… come mai la scelta di un album così lungo che, credo, sia definibile come concept?
Sì, è assolutamente definibile come concept, non è una parolaccia, anzi! Una cosa bella di tanti concept, di questo sicuramente, è che non c’è una sequenza di canzoni simili nei tempi e nelle misure. Si alterna molto il passo, ma già dalla scrittura. Siamo stati molto cinematografici, diciamo così: abbiamo cercato di trovare l’inquadratura all’interno di questo appartamento dove vivono i due protagonisti del disco, che si incontrano ad inizio album, vanno a vivere insieme e cercano di condividere le loro esistenze, inciampando in un certo punto e cercando poi forsennatamente di specchiarsi insieme, riuscendo però solo a specchiare ciascuno l’altro. Ed alla fine c’è proprio l’idea che per descrivere l’amore ti serve necessariamente il suo contrario, viceversa sarebbe come cercare di spiegare la luce senza l’ombra. Ecco, questa è l’idea che ci ha guidato, e credo sempre che alla fine ognuno debba seguire le proprie ossessioni: a volte capita di inciampare dentro una moda e probabilmente sei anche fortunato perché avrai un buon riscontro, però penso anche che bisogni assecondare i propri demoni, andare dietro le cose che si sentono forte. E per noi questa idea di non scrivere in modo, diciamo così, ombelicale attorno alle nostre esistenze presenti, ma di essere più narrativi, raccontare una storia, ci conquistava. Volevamo immaginare questi personaggi, caratterizzarli fortemente, far vedere cosa indossano, che libri leggono, cosa ascoltano, chi sono i loro vicini, come entra la società nelle loro vite. Però le canzoni hanno questa forma di rapporto meraviglioso per cui l’altra metà delle emozioni la mette sempre chi ascolta: è un gioco strano, da temi universali e quotidiani basta un dettaglio, un particolare per permettere all’ascoltatore di identificarsi definitivamente con la canzone. E allora poi ci mette dentro tutti i suoi altri ingredienti.

Avete fatto un lavoro quasi a 360° in fase di scrittura…
È stato molto stimolante un lavoro che avevamo fatto su Natalia Ginzburg, scrittrice famosa soprattutto per “Lessico Famigliare”. In realtà ha anche scritto molto per il teatro, e noi abbiam fatto, quattro anni fa, delle cose per il Teatro Stabile di Torino. Lei scrive tantissimo attorno al tema dell’assenza, i suoi romanzi sono pieni di personaggi che sono al centro dell’azione ma non compaiono mai- “Caro Michele” è il suo romanzo più famoso di questo tipo- ma moltissimi romanzi hanno al centro un personaggio importante per le vite di tutti gli altri, ma che non compare mai, è un grande assente. Questa cosa qui ci ha fatto buttar giù le prime canzoni, che sono andate a comporre l’ossatura di “[dis]amore”, ed abbiamo capito che questa sorta di assenza era la definizione dell’amore stesso, che è fatto necessariamente del comprendere tutto dentro la capsula del tempo, chiamiamola così. In copertina c’è una chiave perché il grafico Matteo Baracco, che ha lavorato con noi, immaginava questo lavoro come la capsula del tempo di due innamorati, che la stanno sotterrando per essere trovata dall’ascoltatore. Ecco, noi gli diamo questa chiave di accesso alla capsula dove loro hanno deciso di mettere tutto, le giornate belle, gli smarrimenti, la pazienza, la tenerezza, ma anche i tradimenti, gli errori, gli ultimatum. Se vuoi tenere caro dentro di te un amore, anche quando si va esaurendo nei termini più passionali o quotidiani necessariamente tutto. Ed allora probabilmente l’unica cosa che possono fare due persone è testimoniare sé stesse, come hai detto tu, a 360°.

Il “gioco dell’assenza” c’entra anche nel non aver messo in scaletta tutti i pezzi del disco nei vari live?
Eh, lì il discorso è un po’ più complesso. Diciamo che non è semplice risuonarlo tutto, anche perché all’inizio avevamo immaginato un live con Lele Battista che ci avrebbe accompagnato alle tastiere ed alle chitarre, e saremmo riusciti a restirestituire gli arrangiamenti, che in alcuni punti hanno bisogno di più ricchezza. Ma non solo, credo che quello di risuonarlo tutto dal vivo potrebbe essere anche un punto di arrivo: risuonarlo tutto ed immaginarlo a cavallo fra narrazione e musica. Nelle presentazioni volevamo prendere a prestito tante parole di scrittori italiani che sono stati importanti nella stesura dei testi, da Buzzati a Goffredo Parisi, ma anche alcuni contemporanei, ce n’erano tanti. E lo avremmo voluto fare con Francesco Montanari, a maggio. Poi, fra tutto il casino che è successo ed un incrocio di calendari impossibile è saltato tutto. Però insomma, chissà che non possa essere un bel regalo per il futuro, cercare di suonare e raccontare tutto quanto. In realtà poi c’entra anche il discorso del dove si suona. Perché- non è questo il caso- ma magari ti capita la piazza meno attenta, dove non devi dare per scontato che ti conoscano tutti. E allora portare un lavoro così complesso ci sembrava potesse risultare pesante, ecco. Devi provare ad essere accogliente con persone che ti vedono per la prima volta, gli devi dar tempo per conoscere la nostra musica.

Voi, e tu in prima persona, siete entrati nel libro degli Zen Circus (“Andate tutti affanculo”, ndr): lì c’è un po’ la storia della musica indipendente italiana. Come si fa a diventare così di rilievo, soprattutto riuscire a farlo giostrandosi negli ambienti underground?
Guarda, io non sento i Perturbazione come una cosa “di rilievo”, giusto per citarti. Anzi, sono convinto che il nostro sia appena un inciampo, ecco. Per il quale però nutriamo una enorme tenerezza, per tutto quello che è stato, per gli errori e per le ingenuità. Penso che la cosa bella di un gruppo è che non sei tu solo a portare lo zaino, ma lo condividi con gli altri. Questo comporta una serie di fatiche e difficoltà, ma anche una ricchezza grandissima, che è poi quando ci domandano, che so, come avete fatto a suonare su quel palco o a Sanremo, ad esempio. Perché quando ci arrivi da gruppo ci arrivi sempre come una gita scolastica, è un gran casino, un caravanserraglio che si muove. E poi, insomma, ci sono tante altre cose: penso che alla fine conti l’amicizia, ma conti anche l’onestà. Noi non siamo più quel gruppo che nacque alla fine degli anni ’80 sui banchi del liceo. Fra l’altro senza saper suonare niente: prima nacque l’idea di fare il gruppo, poi il giro di Do, ecco. E infatti ci abbiamo messo una quindicina di anni prima di fare un disco che parlasse una lingua veramente nostra. Poi, ecco, il punto è che puoi anche avere una carriera solista e fare tutto in cameretta, ma alla fine ti devi confrontare con il mondo, e questo significa confrontarsi con tutte le strutture che lavorano con te, e lo abbiamo capito nuovamente quanto sia fondamentale tutta la rete che hai attorno a te, ti devi specchiare nelle professionalità che ti circondano. E ti devi specchiare anche nel pubblico da cui suoni. Chiamala gavetta, chiamala come vuoi, ma alla fine è questo, ecco.

Mauro Ermanno Giovanardi, direttore artistico di La Mia Generazione Festival e voce dei La Crus

Il nome del festival viene dal titolo di un tuo album. Se decidessi di fare, mettiamola così, la “mia” generazione, quella di poco successiva, che canzoni canteresti, e soprattutto chi inviteresti?
Brunori sicuramente, poi mi piace molto Colapesce, mi piace tantissimo Motta. Poi lui ancora non lo sa, ma vorrei duettare con Lucio Corsi, ho già in mente il brano nel nuovo album, però lui ancora non lo sa, è una mia idea. Questi sono quelli che mi piacciono di più e che mi sembrano veramente i figli legittimi di quella stagione degli anni ’90. Proprio perché uno come Lucio Corsi si è fatto produrre il disco da Bianconi dei Baustelle, o uno come Vasco Brondi si è fatto produrre il disco da Giorgio Canali, o il primo disco di Motta prodotto da Riccardo Sinigallia. Ed oltre a questo, in realtà li vedo con lo stesso fuoco sacro che avevamo noi, completamente diverso da una come Elodie, per esempio. Credo che loro siano i figli ed i nipoti di quella stagione musicale, soprattutto da un punto di vista culturale, perché poi, appunto, uno come Lucio musicalmente si ispira agli anni ’70, ma culturalmente è figlio di quella stagione.

Qualche altro spoiler sul disco nuovo?
È un disco più contemporaneo rispetto agli altri, un po’ meno vintage e, per certi versi, quasi più simile ad alcune cose dei primi dischi dei La Crus, con un altro tipo di uso dell’elettronica. Ad esempio, sono andato a rifare il lavoro che nei La Crus facevo in prima persona con i campioni. E fino ad ora non c’è una chitarra, ci sono solo pianoforti, ritmiche, elettronica, qualche campione, archi e fiati. È un disco che ha un sapore un po’ più contemporaneo. Poi ci sono alcuni brani che ho scritto a quattro mani, uno con Colapesce, uno con Bianconi, uno con Giuseppe Anastasi, per cui avevo anche voglia di condividere ed allargare lo spettro. A me piace un sacco lavorare a quattro mani, perché sicuramente, nonostante “conduca” io- ovviamente sono pezzi che dovrò cantare io, e mi prendo l’ultima parola- hai la possibilità di avere molti più colori. E questo è importante, anche perché comunque fra i miei artisti preferiti, e ti posso citare Nick Cave piuttosto che Leonard Cohen, dopo un po’ senti che fanno sempre un po’ la stessa canzone. Per cui per me lavorare con alte persone, da un punto di vista artistico, se riesci ad avere sempre il timone e governare la barca poi veramente ti ritroverai con un sacco di colori e di sfumature in più nei pezzi: se facciamo una cosa insieme non sarà mai come la faremmo io da solo e tu da solo. Per cui, appunto, riuscendo a trovare la giusta chiave di lettura verrà fuori un lavoro più completo e colorato.

Chiudo con una domanda che, vista l’esperienza comune, ho fatto sia a Tommaso Cerasuolo che a Mauro Ermanno Giovanardi.

La vostra è stata una stagione che ha finito di raccogliere alcuni frutti- in termini di attenzione a questi ambienti- un po’ dopo, e penso al fatto che voi La Crus e Perturbazione, come anche Marlene Kuntz e Afterhours, e successivamente la generazione di Motta e Zen Circus, siate passati per Sanremo. E’ un segnale di una sorta di cambiamento nel gusto? Passate sempre troppo poco?

Cerasuolo: Intanto come dosaggio sì, quello che passa a Sanremo è ancora troppo poco. E poi, beh… è complesso: Sanremo è una anomalia italiana inspiegabile, da nessun’altra parte trovi una cosa come quella. E’ una cosa molto televisiva che dice di avere canzoni e musicisti al centro, ma in realtà vende sé stessa, vende la “scatola”. E tu che partecipi sei uno degli ingranaggi di questa scatola. Poi una vita musicale è molto lunga, e quel momento lì, in qualche modo può aiutare- nel bene e nel male- a comprenderla meglio. Non so, quando siamo andati noi io ho capito che non abbiamo il piglio televisivo, che a me manca un po’ la prontezza, la faccia tosta che ci vuole per stare dentro la tv e per inseguire un pubblico più distratto e più volitivo. La canzone allora andò molto bene, ma noi la guardammo andare per la sua strada, nel senso che è una canzone a cui vogliamo molto bene, continuiamo a suonarla dal vivo, magari se la fischietti c’è anche qualcuno che la conosce, ma non ti sa dire che è dei Perturbazione, ecco. Questo non vuol dire che tu sia giusto per essere di nicchia o meno, credo che bisogni semplicemente essere sé stessi. Poi a volte hai la fortuna di indovinare la temperatura musicale che sta attorno a te, ecco. Però, per tornare alla tua domanda, io faccio fatica ad immaginare questa cosa come una “quota”: dopo la quota rosa, la quota indie… mi sembra una stronzata, sinceramente. Anche perché “indipendente” è una parola piuttosto mistificatoria: tutti dipendiamo dagli altri, e questo tempo lo ha rivelato più che mai. Abbiamo bisogno degli altri, prima dei nostri genitori che ci comprano gli strumenti, poi delle nostre fidanzate che vengono a centocinquanta concerti a cui non viene nessuno, poi gli amici, poi le altre band da cui prendere ispirazione, gli scrittori, il cinema, tutta la rete sociale attorno a te. La nostra indipendenza è un desiderio, ecco. Però quando un musicista si mette sul palco e canta, dovrebbe anche avere il coraggio di sapere che attorno a sé ha persone molto diverse a cui arriva quella musica. E quindi non bisogna mai dare per scontato nulla, credo neanche l’idea di un successo commerciale: non c’è una ricetta, la palla va dove cazzo vuole, come nel calcio. E per fortuna che è così, altrimenti smetteremmo di guardare le partite.

Giovanardi: E’ una evoluzione. Nel senso che tutti noi siamo più figli dei centri sociali e delle etichette indipendenti che delle major e dei network radiofonici. Però è anche vero che, in un percorso artistico di quindici anni, non puoi sempre rimanere fermo: c’è necessità di confrontarsi, non si può sempre giocare in casa. Ad un certo punto del percorso diventa quasi molto più importante “prendere” la persona che non fa parte del tuo pubblico, che non viene da quel tipo di musica lì invece che i cento che sai che ti verrebbero a vedere nei club. Poi siamo di fronte ad una roba molto italiana, il virus di Sanremo c’è solo in Italia… però- un po’ perché confrontarsi con un palco così, dopo tanti anni, beh… “voglio proprio vedere come va a finire”, un po’ perché anche Sanremo, per certi versi, ha avuto bisogno di rinfrescarsi e di portare qualcuno di quella stagione o vicino ad essa, considerando che quel periodo storico ha generato tanto pubblico, io mi ricordo che ai concerti nostri, dei Marlene, degli Afterhours, dei Casino Royale c’erano sempre migliaia di persone, e quindi è chiaro che, dovendo targettizzare e dividere in fette la torta, anche a loro ha fatto comodo. Però è ovvio che ci è tornato comodo anche a noi, già solo per il fatto di avere una esposizione altra. Poi quel palco lì è difficilissimo, perché sai che in teatro ci sono 600 spettatori, ma magari ce ne sono altri 18 milioni che stanno guardando da casa, per cui devo dire che un po’ ti caghi addosso.