Live At Maxs Kansas City (2cd Expanded And Remastered Edition 2004)
Meno male che quella sera c’era la “Warhol girl” Brigid Polk ed il suo registratore, meno male che c’è la Rhino Records che ha rimasterizzato i nastri e ce li ha riproposti, oggi, integralmente….
- Artista
- The Velvet Underground
- Etichetta
- Rhino
Più che un disco, questo è un viaggio a ritroso nel tempo, all’origine di tutto ciò per cui vale la pena vivere, quindi cari ragazzi, prendete il walkman, inforcate le cuffie, spingete il pulsante “play” e chiudete gli occhiucci. E’ il 23 agosto del 1970 e siete a spasso per la Grande Mela, e più esattamente per il Lower East Side, quartiere malfamato dove gira parecchia gentaglia con i capelli lunghi fino al sedere (ma voi vi sarete premurati di indossare un giubbotto di cuoio borchiato, no?). Ecco: adesso siete arrivati da Maxs; salite le scale fino al primo piano, c’è un’atmosfera di svacco, gente che beve e chiacchiera senza fare troppo caso alla band che sul palco improvvisato sta sistemando gli strumenti. Alla chitarra, davanti al microfono, c’è Lou Reed, più pischello e fresco di quanto non ve lo ricordaste, e vi dice: “Good evening. We’re the Velvet Underground. You’re allowed to dance, in case you don’t know.” E via con “Waiting For The Man”. Trovate un pertugio libero proprio dietro Brigid Polk e Jim Carroll, vi sedete e ve li gustate da vicino, i Velvet. C’è Sterling Morrison al basso, Doug Yule alla chitarra al posto di Cale – già, John se n’è andato un paio d’anni orsono per andare a fare il produttore – ma come mai non c’è Mo? Mentre parte “White Light White Heat”, rumore bianco deflagrante come due anni fa, quando uscì, uno degli avventori vi spiega che Mo è incinta, e che quel ragazzetto imberbe che picchia insistentemente i tamburi è il fratellino adolescente di Doug. Poi, lenta e dolce, arriva “I’m Set Free”; l’acustica di Maxs è penosa, ma Lou stasera la canta con un trasporto irreale, si dice che sarà l’ultimo suo concerto con i Velvet, poi forse si metterà in proprio…. Il pubblico pare distratto, c’è un rumore di fondo continuo, non la smettono di parlare neanche quando arriva “Sweet Jane”, nella versione – ovviamente – di ”Loaded” – ma lo sa questa gente che di qui a dieci anni “Sweet Jane” diventerà una delle canzoni DEFINITIVE del cosiddetto “rock classico”? Il primo set della giornata finisce, senza infamia e senza lode, con “Beginning To See The Light”. Voi vi aggirate un po’ per Maxs – ehi, ma quello non è Gerard Malanga? – tanto da perdervi l’inizio della seconda esibizione con “Who Loves The Sun”. Dopo una seconda, non essenziale, “Sweet Jane”, il concerto decolla, meravigliosamente ed irreversibilmente. Lou lascia da parte i brani nervosi e ritmati e si concentra sull’altro aspetto della sua musa, quello malinconico/meditativo e a tratti abulico/depresso. Voi, incollati a Brigid e Jim, ve la godete tutta, questa porzione del concerto, in cui in mezzo al chiacchiericcio intrasentite Lou intonare le dolci e ipnotiche “I’ll Be Your Mirror” e “Pale Blue Eyes”; e siete divertiti, piuttosto che infastiditi, da due membri del pubblico che, durante l’esecuzione di “Candy Says”, cogliete a discettare delle qualità del recente film “Patton” con George C. Scott. Lou esegue anche l’insolita (per l’epoca) “Sunday Morning”, canta “After Hours” che di solito è appannaggio di Mo, “Femme Fatale” e “Some Kinda Love”. E’ un flusso ininterrotto di decadentismo deviato newyorkese, potente antidoto alle vuote fantasmagorie hippie del periodo. E anche il secondo set è quasi andato. “Adesso fanno quella che fa na-na-na-na-na”, dice uno alle vostre spalle. E la fanno veramente, i Velvet, “Lonesome Cowboy Bill”, quasi una sigla finale, con tutto il pubblico che finalmente si sbraccia e balla. Poi è proprio finito: Brigid spegne il suo registratore portatile e voi venite risucchiati di colpo nel XXI secolo. Avete visto (sentito) l’ultimo concerto dei Velvet Underground – scioltisi la sera stessa di quel 23 agosto 1970 – ed è stata un’esperienza memorabile. Non per le esecuzioni, chè non si è certo trattato della loro migliore performance, né per il sound dato che si sentiva da schifo, ma per l’atmosfera, magica, irripetibile e paradossalmente senza tempo. Meno male che quella sera c’era – per davvero – la “Warhol girl” Brigid Polk ed il suo registratore, meno male che c’è la Rhino Records che ha rimasterizzato i nastri e ce li ha riproposti, oggi, integralmente, ad andare a (ri)comporre “The Velvet Underground Live At Maxs Kansas City”, originariamente pubblicato nel 1972. Oggi, come ieri, il miglior bootleg “ufficiale” della storia del rock.
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