Jay Hooks
“Mi sono impegnato a lungo per perfezionare il mio sound e adesso non ho intenzione di imitare lo stile di Jimi Hendrix o di Steve Ray Vaughan...
“Mi sono impegnato a lungo per perfezionare il mio sound e adesso non ho intenzione di imitare lo stile di Jimi Hendrix o di Steve Ray Vaughan. L’unica cosa che mi interessa è lavorare su un blues strettamente legato alla chitarra”. Ecco come si presenta il trentenne texano Jay Hooks all’alba della pubblicazione del suo secondo album. E non c’è da stupirsi delle sue parole visto che da Albert Collins a Johnny Winter agli ZZ Top, il rock texano è sempre passato per le corde stridenti di qualche chitarra blues. In ogni caso, con questo album il chitarrista ha centrato in pieno il suo obiettivo giacché Jay Hooks è un disco di vero blues. Lo è a cominciare dai testi, in cui si parla di piccole sofferenze della vita quotidiana, povertà, tradimenti, disoccupazione, storie di whiskey. Ma Jay Hooks, da vero bluesman, non punta a commuovere l’ascoltatore, semmai cerca nella sua musica un modo per riscattarsi. E infatti i dodici brani del disco trasudano energia allo stato puro. Energia nella voce polverosa di Jay Hooks, energia nella sua chitarra ruvida e nelle note sporche dei suoi assoli. La band è costituita soltanto da basso e batteria, e in più non viene fatto uso di sovraincisioni, il ché conferisce grande spontaneità al disco. E alla fine, dopo un ascolto prolungato, non si ha difficoltà ad immaginarsi in un piccolo, buio e fumoso club della provincia texana
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