Indie 5 Dicembre 2005

Once Upon A Little Time

Dopo il recente "How Animals Move" del 2002, Parish realizza un disco intimo e familiare che riesce tuttavia a sfoggiare toni lisergici, fragori a bassa fedeltà e vigorie indie-rock che in alcuni momenti rasentano il miglior Beck

Artista
John Parish
Etichetta
Mescal

Sono le languide e brevi note di “Salò” a far schiudere questa nuova fatica di John Parish. Un lento succedersi di tasti in bianco e nero che sembrano restare sospesi tra cielo e terra, per poi abbandonarti improvvisamente, lasciando il passo all incedere pigro, ossessivo e vacillante di “Boxers”, dove il canto biascicato di Parish incontra le morbide linee di basso di Giorgia Poli, le cadenze ritmiche di Jean-Marc Butty, le tastiere di Marta Collica e persino la slide-guitar di Jeremy Hogg.
Passaggi di deragliante torpore come le strumentali “Stranded” e “Water Road” che riecheggiano certe atmosfere colte-depressive dei chicagoiani L’Altra, mentre “Choise” e “Glade Park” trasferiscono le emozioni in quei territori musicali bazzicati dagli Eels e 16 Horsepower. C’è poi il folk-pop di “Even Radder Than That”, elettrico e dalle code sixties, che assieme a “Kansas City Electrician” incalzano le scie post-country tracciate da Walkabouts, Yo La Tengo, Giant Sand e Lambchop. Dopo il recente “How Animals Move” del 2002, Parish realizza un disco intimo e familiare che riesce tuttavia a sfoggiare toni lisergici (“Somebody Else” e “The Last Thing I Heard Her Say”), fragori a bassa fedeltà (“Even Radder Than That Too”) e vigorie indie-rock che in alcuni momenti rasentano il miglior Beck(“Sea Defences”). Registrato da Marco Tagliola tra Brescia, Bristol e Copenhagen, le canzoni di “Once Upon A Little Time” (titolo preso in prestito dalla figlia più piccola, Hopey) non mancano mai d’ispirazione e compattezza. Piccole gemme che raccontano la vita, così come è: seria, triste, allegra e altre volte frivola.

(per gentile concessione della newsletter ML:
www.musicletter.it)