The Obliterati
Album davvero valido e convincente, consigliato agli orfani del “grunge” e a quanti dal rock vogliono emozioni forti e dichiarazioni di intento esplosive e sincere
- Artista
- Mission Of Burma
- Etichetta
- Matador
Originari di Boston, i Mission Of Burma hanno cominciato a fare musica intorno al 1978 e si sono sempre fatti apprezzare per la loro particolarissima miscela di post punk, hardcore e no wave. Molto tempo è passato da allora, la band non ha disdegnato incursioni verso una sofisticata pop music di avanguardia, si è sempre tenuta distante dal fluire delle diverse mode e tendenze musicali, ed è riuscita a mantenere un’integrità rispetto all’acidità dei suoni dell’origine che rasenta la perfezione. Anche questo “The Obliterate”, il loro ultimo album, potrebbe essere definito come l’enciclopedia del rock alternativo, dai Sonic Youth ai Pixies, dai Nirvana ai Pearl Jam, una sorta di saggio musicale che si dipana in tutta una serie di sonorità elettriche serrate ed aggressive, infarcite di richiami psichedelici. “Zwice”, “Donna Sumeria” e “Man In Decline” colpiscono duro, mentre “13” è una ballata assolutamente agghiacciante, così minimale, così scarna che si avvale però di uno sferragliare di chitarre in sottofondo che è da brividi. I Mission Of Burma sembrano essere tornati sui livelli di “Vs”, di certo il loro disco migliore, in un viaggio a ritroso lungo ventiquattro anni, con quei “loop” misteriosi e oscuri che animano “The Mute Speaks Out”, con le chitarre graffianti e distorte di “Is This Week?”, una ballata elettrica molto ben congeniata e trascinante. Album davvero valido e convincente, consigliato agli orfani del grunge e a quanti dal rock vogliono emozioni forti e dichiarazioni di intento esplosive e sincere.


