Flow
Chitarre seventies, basso ipersaturo e ritmiche elettroniche creano un flusso sonoro nel quale tre voci distinte vorticano armoniosamente
Se è vero che in una rock band le differenze artistiche tra i vari componenti sono da considerarsi come una ricchezza, questo trio toscano parte decisamente con il piede giusto: Riccardo Chiarucci (voce ed elettronica) proviene dal grunge di Soundgarden e Pearl Jam, il chitarrista Luca Cecchi dal prog seventies dei King Crimson mentre Ian Da Preda (vibrafono, tastiere e batteria elettronica) trae la propria ispirazione dal jazz e dalle colonne sonore del cinema. Queste diversità rappresentano la forza propulsiva del gruppo, soprattutto a livello compositivo. Il risultato di questa amalgama è un suono imponente, strabordante ed ombroso riassunto in undici brani a cavallo tra l’industrial dei Nine Inch Nails, l’elettronica e il progressive.
Il basso ipersaturo e le ritmiche elettroniche ricordano i brani più famosi dell’industrial a stelle e strisce (soprattutto Speed) ma non si può parlare di vera e propria affiliazione perché la brutalità del cantato tipica del genere viene qui sostituita da un grintoso gioco a tre voci: a quella protagonista maschile, calda e profonda, vengono affiancate due voci perimetriche tra cui quella femminile di Irene Pareti che viene filtrata tanto da apparire (nei momenti migliori) metallica e de-umanizzata. L’uso di strumentazione più “calda” come sintetizzatori Moog e Synthetone traccia un vasto solco con le produzioni del passato, più fredde e distaccate.
In mezzo a brani urticanti spiccano un pezzo dal cantato grunge (Slide Out) e una fosca e struggente ballata (Slightly) a sottolineare la varietà del disco che viene descritto dal trio come un flusso di coscienza che lambisce i territori della sconfitta, del cambiamento e della conseguente rinascita.


