Hòltzar
Un universo musicale interessante frutto di una sperimentazione sibillina e incisiva, che fonde l'elettronica con gli strumenti, il naturale con l'organico, il legno col metallo.
- Artista
- Phinx
- Etichetta
- Irma Records
Sono i tappeti elettronici sfumati su campionamenti di vinili e sintetizzatori analogici, sono gli itinerari sonori più variegati impregnati dell’odore di un viaggio che attraversa luoghi diversi e melodie cangianti tra strumenti canonici e vibrazioni indiane del West Bengal e del Rajasthan, immagini e visioni a metà strada tra Oriente e Occidente, sono le macerie di “legname industriale” a costruire il cammino ritmico di ”Hòltzar” (termine dell’antica lingua cimbra), secondo album dei Phinx (Francesco Fabris, Daniele Fabris, Pietro Secco, Alberto Paolini) dopo la pubblicazione di “Login”.
L’album è infatti una miscellanea di suoni che sfiora e investe l’elettronica, costruisce e deostruisce la strumentazione consueta e si avvicina a sonorità dal sapore lontano. Masterizzato da Matt Colton presso l’Alchemy Mastering di Londra, il disco vanta inoltre le collaborazioni dell’artista russa Ekat Bork in Not For Animals, dei Reanimation Squad in Kubla Khan, del trombettista Spano in Pach Un Khnottn, del basso di Martino Cuman (Non Voglio Che Clara) in The 5th Kingdom, degli archi di Nicola Manzan in Troll.
Istanti dal sapore estatico e levantino si alternano a ritmiche moderne (Hoarn De Holtzar, Ministry Of Fog) e destrutturazioni industrial alla NIN (Crystals, Flames & Cities) cedono ad attimi minimali ed enigmatici (The 5th Kingdom Pt 1, The 5th Kingdom Pt 2), a marce dal rigore rap (Kubla Khan) e a ritmiche distorsioni ambientali (Pach un Khnottn).
In “Hòltzar” i Phinx dipingono un universo musicale interessante frutto di una sperimentazione sibillina e incisiva, che fonde l’elettronica con gli strumenti, il naturale con l’organico, il legno col metallo.


