Interviste 15 Ottobre 2026

La libertà di non dover dimostrare niente e il piacere di suonare senza regole.

Ci sono musicisti che passano una vita a inseguire un suono e altri che, dopo quasi quarant’anni di carriera, continuano a cambiare le regole del gioco. Ed Motta appartiene alla seconda categoria.

Brasiliano, classe 1971, cantante, compositore, arrangiatore e polistrumentista, ha esordito a soli 16 anni, muovendosi fin da subito nel territorio della black music americana, tra funk, soul e jazz, con l’istinto di chi conosce la tradizione abbastanza bene da potersene allontanare senza chiedere il permesso. Nel corso degli anni ha attraversato colonne sonore, musical e architetture armoniche sofisticate, costruendosi una reputazione internazionale e guadagnandosi il soprannome di «Colosso di Rio».

Ma ridurre Motta al virtuosismo o alla sua enciclopedica cultura musicale sarebbe un errore: dietro la complessità c’è sempre stata anche una certa insofferenza per le etichette, la voglia di esplorare territori nuovi e, soprattutto, di non prendersi troppo sul serio. “Toc Toc”, il suo nuovo album, ne è la dimostrazione.

Per la prima volta dopo anni, torna a cantare interamente in portoghese, intrecciando boogie-funk anni Ottanta, synth-pop ed elettronica in un disco che rivendica il diritto alla leggerezza senza rinunciare alla raffinatezza. Perché, a volte, la libertà più difficile da conquistare è proprio quella di smettere di dimostrare qualcosa.

La tua carriera musicale dura ormai da circa 38 anni: un periodo lunghissimo. Come sono cambiate le cose nel corso di questi anni? Ho iniziato a lavorare nel mondo della musica molto giovane: quando è uscito il mio primo album avevo 16 anni. La mia musica era strettamente legata al funk e al soul, erano i generi che ascoltavo continuamente. Nel corso degli anni ho avuto l’opportunità di lavorare con una grande varietà di stilli, dalle sette colonne sonore originali realizzate in Brasile fino a un musical ispirato ai grandi nomi di Broadway, come Sondheim e Cy Coleman.

Hai costruito una carriera cantando in inglese e affermandoti a livello internazionale come artista soul, funk e jazz. Nel tuo nuovo album, Toc Toc, canti interamente in portoghese. Perché hai sentito che questo fosse il momento giusto per tornare alla tua lingua madre? Il mio pubblico brasiliano, che è enorme, me lo chiedeva da molti anni. Mentre scrivevo alcune canzoni, ho sentito una forte connessione con l’estetica degli inizi della mia carriera. Per questo cantare in portoghese è stata una scelta del tutto naturale.

Hai descritto Toc Toc come un «album pop con influenze jazz». Questo disco rappresenta in qualche modo un punto d’arrivo, come se avessi finalmente trovato un linguaggio capace di tenere insieme tutte le tue anime musicali, oppure è piuttosto un esperimento, un modo per vedere cosa succede quando sposti l’equilibrio verso una scrittura più diretta? Scrivo continuamente canzoni in stili diversi: molti valzer, brani soul e funk, pezzi ispirati agli Steely Dan, a Stevie Wonder e così via. Il nuovo album ha preso forma quando mi sono ritrovato con quattro o cinque canzoni che indicavano una direzione precisa. Toc Toc crea un universo sonoro molto particolare: boogie-funk anni Ottanta, synth-pop ed elettronica, con i testi in portoghese che gli conferiscono un’identità inconfondibile.

Se l’album fosse la colonna sonora di un film, quale storia racconterebbe? L’immaginario visivo si ispira a Hiroshi Nagai, mentre al centro della storia c’è una stazione radiofonica attorno alla quale ruota una vicenda romantica. Il DJ della radio si innamora di una ragazza che viene a ritirare un souvenir che aveva vinto al telefono.

In una recente intervista hai detto che con Toc Toc volevi dimostrare di saper fare anche musica descompromissada, cioè più libera, senza l’obbligo di apparire sempre sofisticato. Per un musicista con la tua reputazione, abbracciare la leggerezza è stata una conquista faticosa, un rischio o una forma di libertà? Se pensiamo ai cambi di accordi, che amo molto, ci sono due brani in cui questi hanno un ruolo importante: Grande Plano e Não Tem Contradição. Ma c’è anche un funk più minimalista, qualcosa con cui sono cresciuto ascoltando musica. Non c’erano regole.

Il primo singolo del nuovo album, Eu Quero Ser Feliz, ruota attorno a un desiderio molto semplice: essere felici. Arriva dopo anni in cui ti sei spesso esposto senza filtri, attirando talvolta anche delle critiche. Oggi questa semplicità ti sembra un gesto intimo, una dichiarazione artistica o una risposta a ciò che hai vissuto pubblicamente? È un desiderio di felicità, espresso attraverso la struttura dei brani soul e funk. Molte canzoni di questo genere affrontano proprio questo tema.

Ti chiamano «Il Colosso di Rio». È un soprannome che ti piace, che senti come un peso o che semplicemente accetti? È nato nel Regno Unito. Lo trovo divertente, sembra il titolo di un film horror degli anni Quaranta o Cinquanta.

Anche se la tua musica ha sempre avuto una forte vocazione internazionale, c’è qualcosa della cultura musicale brasiliana che senti di comprendere meglio oggi rispetto agli inizi della tua carriera? E come percepisci la scena musicale del tuo Paese oggi? Secondo i miei gusti, la musica popolare è stata creativa davvero dagli anni Trenta fino al 1983. Non presto alcuna attenzione a ciò che è successo dopo. Dopo quegli anni gloriosi, la composizione musicale ha perso qualcosa.

Per concludere, se potessi incontrare il te stesso del 1988, l’artista che stava appena iniziando la sua carriera discografica e che avrebbe attraversato l’era del vinile, dei CD, dei download e dello streaming, quale consiglio gli daresti? E quale gli diresti invece di ignorare? Studia musica il più possibile e ascolta il più possibile. Ignora sempre i produttori.

English Version:

Your musical career has spanned around 38 years, which is a very long time. How have things changed over the course of these years? I started very young in the music business, when my first album came out, I was 16. My music was strictly funk & soul-oriented; it was the music on my turntable. Over the years I had the opportunity to work on a big range of music, from 7 original soundtracks in Brazil, and a musical inspired by Broadway giants like Sondheim, Cy Coleman.

You’ve built a career singing in English and establishing yourself internationally as a soul, funk, and jazz artist. On your new album, ‘Toc Toc’, you sing entirely in Portuguese. What made this the right moment to return to your mother tongue?
My Brazilian audience, which is huge, was asking for it for many years. When writing some of the songs I felt a strong connection to the aesthetic of the beginning of my career. That’s why singing in Portuguese was a natural decision.

You’ve described ‘Toc Toc’ as “pop album with jazz influences.” Is this record a destination of sorts, as if you’ve finally found a language that brings everything together, or is it more of an experimental way of seeing what happens when you shift the balance toward a more direct form of songwriting? I am always writing song on different styles, many waltzes, soul/funk, Steely Dan inspired, Stevie Wonder inspired and goes. The new album shape came when I had 4 to 5 songs indicating a certain direction. ‘Toc Toc’ creates a very distinctive sonic universe: ’80s boogie-funk, synth-pop, electronica, with the Portuguese lyrics giving it an unmistakable identity.

If the album were the soundtrack to a film, what story would it tell? Hiroshi Nagai inspires the visual, and a radio station is the center of a romance. The radio DJ falls in love with a girl that comes to get a souvenir she got by the phone.

In a recent interview, you said that with ‘Toc Toc’ you wanted to show that you could also make music that is “descompromissada” —more free, without the obligation to always appear sophisticated. For a musician with your reputation, was embracing lightness a hard-won achievement, a risk, or a form of freedom? Thinking in chord changes, something I love, there’s two songs that keep it big, “Grande Plano” and “Não Tem Contradição”. But there’s also more minimalistic funk, something I grew up listening to. There were no rules.

photo credit by Bispo

The first single from the new album, “Eu Quero Ser Feliz,” centers on a very simple desire—wanting to be happy—and comes after years in which you’ve often put yourself out there without filters, sometimes attracting criticism. Today, does that simplicity feel like a private gesture, an artistic statement, or a response to what you’ve gone through publicly? It’s a happy desire to communicate with the structure of soul/funk tracks, loads of the songs on this idiom came with this subject.

They call you “The Colossus of Rio.” Is that a nickname you like, does it weigh on you, or do you simply accept it? It started in the UK, I think it’s funny, like a horror movie from the 40’s & 50’s.

Although your music has always had a strong international outlook, is there something about Brazilian musical culture that you feel you understand better today than you did at the beginning of your career? And how do you perceive the music scene in your country today? For my taste popular music was creative from the 30’s until 1983, really. I don’t pay any attention to what happened after this. Composition has lost something after these glory days.


And finally, if you could meet yourself from 1988 —the artist who was just beginning his recording career and who went on to experience the eras of vinyl, CDs, downloads, and streaming—what advice would you give him, and what advice would you tell him to ignore? Study music the most you can and listen to the most you can too. Ignore the producers always.