Il suo lavoro con i Tricatiempo qui prende derive personali e solitarie. Per quanto, a corredo della sua ragione di “tempo”, troviamo firme prestigiose come 8cito testualmente) Still, Talpah, EKS, Fabrizio Piccolo, Elvin Brandhi e un cameo di Tonino Taiuti. “Armamentario sonico di una domenica” di Stefano Costanzo” è una tappa (non conclusiva ma sicuramente determinante) dentro un concetto di avanguardia e di suono che - a mio modo di percepire - si dirige vero la deframmentazione e la destrutturazione del “quadrato” e del “risolto”. Un disco lisergico, allucinato e allucinogeno ma anche portatore sano di disordine, per quanto il disordine, questa volta almeno, significa “fuori dall’ordinario”. È un disco che va assolutamente ascoltato con abbandono. Altrimenti l’armamentario sonico diviene portatore sano di rumore casuale. Qui niente è casuale…
La batteria ma come tutto il suono intervenuto e catturato, smette di avere una identità tout court, sparisce lo strumento e si alza una voce narrante. Non so se sei d’accordo… come pensi sia accaduto tutto questo? Qual è stata la vera formula? Sparisce la batteria in quanto strumento legato e relegato a mero strumento di “accompagnamento” ma non solo la batteria come dici anche tu, per diventare insieme ai “musicisti” stessi, strumento e quindi “medium” che permettono, in assenza di ego, ego ridotto ad un egli perché farlo fuori credo sia impensabile, e facendosi vuoto e quindi contenitore, il manifestarsi del fenomeno. Un fenomeno che manifesta il non-manifestarsi e non svelare nulla che non siano le visioni di chi ascolta.
L’improvvisazione radicale è il centro di tutto. Quanto è stato importante per te non avere punti di riferimento fissi e affidarti totalmente all’inaspettato? Credo sia appunto la chiave di accesso ad ogni stanza sonora incisa nel disco. È un disco improntato evidentemente sulla volontà di intraprendere una sola via e percorrerla fino alle sue estreme conseguenze. Svilendo ogni percorso sonoro ed esplorandolo da diverse visuali che in questo caso sono state determinate dagli ospiti. Io ho indicato il sentiero registrando due tracce di batterie sovrapposte in modo più o meno casuale e randomico, poi ho scelto i segmenti che mi interessavano e li ho affidati ai vari ospiti che inevitabilmente ne hanno determinato il carattere spesso prendendo sentieri che magari da solo io non avrei intrapreso. Questa è la cosa interessante secondo me, perché lavorando per lo più a distanza è stato come due deserti che comunicavano tra loro a distanza ma vicini molto di più di quanto si possa immaginare tant’è che tutti i brani hanno un suono molto omogeneo quasi come se fosse stato registrato spalla a spalla con tutti e decidendo il tutto.
Avere attorno musicisti mai incontrati prima (musicalmente parlando) è stato anche un valore aggiunto o un freno alle possibilità e alla comodità di potersi affidare? Sì, ribadisco che ha portato solo valore aggiunto specialmente in quelle occasioni in cui gli ospiti hanno fatto cose che io non avrei fatto da solo, e quindi l’importanza della diversità che ancora una volta ci insegna che può solo farci scoprire cose che non avremmo mai conosciuto diversamente.
La scelta di includere un testo in napoletano arcaico recitato da Tonino Taiuti è un gesto che sembra riportare il suono alla sua dimensione più primitiva e corporea. L’ho pensato anche come un appiglio al quotidiano e alle normali sicurezze. Come leghi la tua ricerca all’oralità della tradizione napoletana? Nel disco ci sono diverse tracce in cui ho scelto di utilizzare la voce nella sua accezione non musicale ma appunto in quella della oralità. Anche nel brano con Franco Franco e D.Ham (Intesa Universale) l’utilizzo della voce va verso lo spoken words più che verso qualcosa di cantato. La scelta poi di inserire Tonino Taiuti che è un conoscitore del napoletano arcaico, l’ho voluta perché è il napoletano con il quale si esprimeva mia nonna materna e quindi è un disco ispirato a quei suoni.
Oggi… in un tempo in cui impera l’omologazione e il cliché, che spazio e che importanza trova oggi la ricerca? Abbiamo ancora fame di altro? Ho potuto constare in questi ultimi dieci e più anni che pratico “musica altra” o “non musica” o come là si preferisce (non) definire, che questo tipo di approccio musicale ha molta più presa su un pubblico specialmente di “non addetti ai lavori “ rispetto per esempio al jazz o altri stili musicali oggi ben definiti, che comunque necessitano una infarinatura altrimenti diventa una noia mortale ascoltare un qualcosa che viene continuamente imbellettato per renderlo ancora piacente. In questo tipo di musica non c’è nulla da capire! Più volte mi è stato detto, dopo aver ascoltato ciò che faccio questa frase: “ non capisco cosa fai, ma ne sono totalmente affascinato”! Quindi penso che la curiosità faccia parte dell’animo umano ma che in questi tempi dominati dal capitalismo (anche) della musica, le persone si siano dimenticate di essere curiose!
La provocazione che la ricerca e la forma così violentata ci offre, pensi possa tradurre questo disco in un disco “politico”? Le virgolette sono dovute ovviamente… Ma le possiamo tranquillamente levare le virgolette perché penso e sono convinto che fare musica unitamente all’atto di suonare è un gesto politico sempre e comunque. Basta pensare a come il ruolo del musicista è cambiato nei secoli da quando venivano chiamati “suonatori”. E basta pensare anche a come è cambiato il ruolo della musica verso la fine del barocco con la nascita del “concerto” quando comincia a svanire quel ruolo della musica legato prima sempre ad un evento, una ritualità che poteva essere la luna nuova o in banchetto nuziale o altro e invece con il “concerto” c’era lo spettacolo sei musicisti che suonavano, visibili al pubblico e non più acusticamente posizionate nella buca o “golfo mistico” dei teatri…. Di sicuro è un disco al “negativo” in quanto affonda in diversi generi musicali (hip-hop, free-jazz, hyper-pop, trap, …) negandoli al tempo stesso non piegandosi mai ai dogmi idiomatici che inevitabilmente ogni genere musicale, e non, impone. Questo aspetto, insieme al fatto che non vuole e non è un disco che nato per consolare chi lo ascolta ma vuole sicuramente riportare a ciò che ci sta succedendo attorno, e cioè una violenza inspiegabile, almeno per me. Altra cosa che da una accezione politica a questo disco è a tutta la musica che faccio è distruggere la gerarchia che si crea all’interno dei progetti spesso inevitabilmente. Più volte ho visto persone a me vicino che avendo un minimo di popolarità sono cambiate radicalmente e si comportano come se fossero su un livello di superiorità! Ecco anche questo per me è fare politica: suonare e mentre suoni cerchi di distruggere ogni concetto di gerarchia!
Articolo del
31/03/2025 -
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