Cut Out the Dying Stuff
Pur con alcune scelte melodiche troppo lineari e arrangiamenti canonici che sembrano a volte un po’ uguali a se stessi, c’è in fondo la semplicità del pop minimale dall’animo indie per un “circolare” approccio tutto easy listening.
- Artista
- Peter Piek
- Etichetta
- Empire/Tron Records
Una voce androgina che si fa strada tra tavolozze sonore e panelli ritmici colorati. ”Cut Out The Dying Stuff“, terzo lavoro di Peter Piechaczyk (aka Peter Piek) dopo “Say Hello To Peter Piek “(2006) e “I Paint It On A Wall” (2010), è una struttura compositiva intima, precisa ed elementare fatta di variazioni cromatiche costruite su briosi attimi di indie-pop, intagli di rock e leggere variazioni folk, mentre la vena cantautorale si dipana iconica tra le tracce dell’album.
Piek, polistrumentista, cantautore e pittore, dipinge così il suo mondo sonoro fatto di pennellate armoniche senza artificio alcuno, che sfruttano in primis l’essenzialità del suono, mai eccessivo, per giungere immediate e dirette.
Una forma canzone che guarda quindi prepotentemente alla melodia semplice del pop contemporaneo e che prende vita tra le armonie fresche e morbide di visioni urbane (Girona – con Matt Hopper alla chitarra) e di istanti pianistici avvolgenti (Left Room, Brooklyn Lullaby). Non manca un brano cantato nella sua lingua d’origine, Analyse, e un featuring con Nanna Schannong (Green).
Pur con alcune scelte melodiche troppo lineari e arrangiamenti canonici che sembrano a volte un po’ uguali a se stessi, c’è in fondo la semplicità del pop minimale dall’animo indie per un “circolare” approccio tutto easy listening.


