New Releases 31 Gennaio 2002

Jar of Flies

Gli Alice in Chains vengono da una remota e dimenticata città del nordovest degli Stati Uniti: Seattle. Talmente remota e dimenticata che in pochi anni, dal 1990 al 1993, nulla si poteva fare nel panorama musicale del rock ,che non facesse capo alla capitale dell'acciaio

Artista
Alice in Chains
Etichetta
Sony/Columbia
Anno
1994

Gli Alice in Chains vengono da una remota e dimenticata città del nordovest degli Stati Uniti: Seattle. Talmente remota e dimenticata che in pochi anni, dal 1990 al 1993, nulla si poteva fare nel panorama musicale del rock ,che facesse capo all’allora capitale dell’acciaio.

Ed ecco appena sfornato il loro nuovo Ep Jar of Flies, che contiene sette pezzi ed è senz’altro il loro disco più morbido e più rilassato. Gli Alice in Chains si sono definitivamente lasciati alle spalle il sound duro e metallico che è stato fin qui il loro marchio distintivo. Nella vocalità di Layne Staley c’è un nuovo approccio, diciamo alla nicotina, e la chitarra di Jerry Cantrell ci offre armonie di bellezza delicata, quasi pastorale. Rotten Apple è forse il pezzo che dà il tono a tutto il disco: gli accordi densi della chitarra acustica introducono un crescendo elettrico che vola alto, libero come un uccello nel cielo freddo e piovoso di novembre.

Il nuovo sound degli Alice è più aperto, grazie anche all’aggiunta del violoncello e dell’armonica,  a una tessitura acustica medievaleggiante, e a quel suono wah wah alla Joe Walsh, che si deve al basso di Mike Inez, l’ultima acquisizione del gruppo. La raccolta comprende anche un brano jazzistico, Swing on This.

Ma anche in Jar of Flies c’è spazio anche per un mood meno leggero, come testimonia soprattutto l’ascolto di Don’t Follow, una ballata malinconica, quasi cupa. Il tutto però senza mai cadere nell’angoscia un po’ trita, un po’ scontata di Dirt, il loro Lp del 1992. Il che francamente ci sembra un passo avanti.

Diciamolo pure: nella vita reale l’eroina sarà magari il male, o il diavolo, o altro, ma nel rock’n’roll non è che una delle tante metafore vuote. La dipendenza dall’eroina è stata giustamente definita il male endemico della decadenza rock, e Dirt, anche se sincero e pieno di buone intenzioni, non aveva proprio nulla da aggiungere ad un tema che cento altri gruppi di art-rock hanno già ridotto a uno stereotipo ingombrante.

Preferiamo ascoltare gli Alice in Chains dei pezzi tutti armonici, come la ballata No Excuses, o strumentali, come Whale and Wasp