“Ci sono sensazioni che non si controllano e ho cominciato a metterle in musica”
Dopo una carriera passata dietro le quinte, a vivere la musica da addetto ai lavori, Danilo Grossi ha scelto di intraprendere un’altra strada, passando dall’altra parte della barricata con la pubblicazione del suo primo disco, intitolato In un Giorno Senza Tempo (etichetta Juno Records). Nelle vesti di cantautore, attraverso le suo canzoni ha narrato storie, frammenti di vita e soprattutto momenti di passaggio vissuti da tutti, avvicinandosi con empatia a quelle emozioni che fanno parte di tutti noi. Racconti veri, senza fronzoli che parlando del quotidiano e che Danilo Grossi ci ha raccontando in breve, parlando insieme a noi di questa prima creatura musicale.
In un giorno senza tempo è il titolo del tuo disco d’esordio. Quanto c’è di autobiografico in questo viaggio e soprattutto di cosa parlano i testi delle tue canzoni?
“È un disco che aspettavo da una vita e i primi pezzi sono stati scritti da tantissimi anni. È uscito nel corso di quest’anno e forse era giusto così, è già un disco della maturità. Questo album racconta storie, storie diverse in cui le persone possono immedesimarsi. È un disco che non dà giudizi ma permette agli ascoltatori di mettersi negli occhi di chi quelle storie le vive.”
Quali sono state invece le principali fonti di ispirazione che ti hanno portato a scrivere le canzoni di questo disco e quali sono per te le più importanti?
“Il brano che ha dato l’avvio all’album, e che è poi è primo il singolo, è Di Padre in figlio e racconta la mia storia e anche quella di tante persone che sono figlie e che sono padri o madri. È un pezzo che parla di generazioni e di questo testimone che ci scambiamo da una generazione all’altra. Tante persone in questi mesi si sono riconosciute in questa emozione.”
Qual è stato il primo brano che hai scritto di questo disco e poi cosa ti ha spinto a portare avanti l’idea di arrivare in sala di incisione?
“Il primo brano che ho scritto e che è nell’album è Memphis Belle. L’ho scritto 28 anni fa! È una storia particolare, una storia d’amore tra un uomo ed il suo aeroplano. Da un verso della canzone è nato il titolo dell’album, In un Giorno Senza Tempo. Sono stato spesso in dubbio se incidere il disco o tenere i pezzi per me, ma a un certo punto della mia vita ho pensato che fosse giusto condividere le mie emozioni e sono andato in sala di incisione.”

Andando a ritroso invece qual è stato il tuo primo approccio alla musica e soprattutto cosa ti ha spinto a intraprendere il percorso di cantautore?
“Suono da quando ero piccolo e per anni sono stato solo un pianista di pianobar, come cantava De Gregori. Tuttavia ci sono emozioni e sensazioni che non si controllano e ho cominciato a scriverle e a metterle in musica. Nonostante nella vita abbia fatto tutt’altro, questo è un fuoco che ho tenuto sempre acceso.”
Quali sono state invece le collaborazioni più importanti per te e anche gli incontri fondamentali che da un punto di vista musicale e professionale ti hanno dato una spinta importante?
“Pensando al disco, sicuramente la collaborazione più importante è quella con Roberto Cola che ha prodotto il disco e con cui ci siamo confrontati, non solo da un punto di vista tecnico. E poi Sebastiano Toccini che mi sta accompagnando in tutte le date del tour alla chitarra insieme a Francesco Colacicco alla batteria. E non posso dimenticare Roberto Miele, uno dei migliori artisti della grafica che ho incontrato lungo gli anni, che ha realizzato una copertina e un progetto grafico meraviglioso. E poi naturalmente Francesco Lo Brutto dell’etichetta Juno Records che ha prodotto il disco.”
Nel tuo percorso in realtà ci sono le esperienze con MArteLive e MarteLabel: che cosa ti ha spinto a passare dall’altra parte e a intraprendere questo percorso artistico?
“Con MArteLive negli anni ho avuto la possibilità di conoscere tantissime persone, tante band, il mondo della musica emergente, nei primi anni 2000 pieni di vitalità e creatività. Abbiamo poi costruito un’etichetta che ha sfornato alcuni tra i più bei dischi della musica emergente di quegli anni. Dai Nobraino ai Management del dolore post operatorio, da Gio Evan a Roberto Dellera fino a Petramante, This Harmony e tantissimi altri artisti. Ma stare sul palco, stare dall’altra parte, ha un sapore tutto particolare e sono felice di aver fatto anche una esperienza come questa.”
Tra le tue esperienze figura anche quella legata alle politiche culturali di Cassino per oltre dieci anni: quanto ha influenzato la scrittura e i temi del tuo disco d’esordio?
“Penso che una persona non debba essere rappresentata solo per la carica che ricopre e sono convinto che ogni individuo sia fatto di passioni, di conoscenze e di vita vissuta. In particolare, proprio chi fa politica deve preservare e vivere appieno le passioni perché ognuno di noi, e in particolare chi si occupa degli altri, deve essere continuamente stimolato a cercare le emozioni e viverle.”
Ora che hai intrapreso questo percorso, che ti ha portato anche a suonare live al Mei di Faenza, cosa ti aspetti dal futuro e a cosa stai lavorando?
“Il Mei è stato un punto di arrivo importante e suonarci nella sua ultima edizione, la sua trentesima è stato come un cerchio che si chiude. Al Mei ho scritto la mia tesi sul marketing discografico tantissimi anni fa, il Mei ha pubblicato il mio Pamphlet “Vuoi lavorare nella discografia? Lascia stare!”, e al Mei abbiamo passato anni presentando decine di artisti e di dischi, confrontandoci sullo stato della musica dal vivo anche da un punto di vista legislativo. Mi mancava solo suonarci. Ed è stato davvero bello così!”


