Intervista a Vasco Brondi (Le Luci della Centrale Elettrica) e Giorgio Canali
Le Luci della Centrale Elettrica racchiude molte voci, non solo la tua. Come mai proprio questo nome?
Vasco Brondi: La cosa importante da dire è che io paradossalmente non sono indispensabile per questo progetto, questi pensieri erano già in giro nell’aria, conversazioni di tutti e nei paesaggi che sono intorno a noi, quindi non aveva senso dargli un altro nome.
Dietro il poster, in regalo con il cd, ci sono parti del tuo blog. Leggendole saltano all’occhio frasi presenti anche nelle tue canzoni. I testi nascono estrapolando qualcosa da questi tuoi “sfoghi”?
Vasco Brondi: Sono cose che vengono fuori anche contemporaneamente, non c’è nessun metodo in realtà nelle cose che faccio, si contagiano a vicenda e crescono a vicenda, magari viene prima fuori una canzone e poi una cosa scritta sul blog, o viceversa.
I tuoi testi sono disillusi e pieni di rabbia. Alcuni ti definiscono “pessimista”. Come vedi la realtà d’oggi?
Vasco Brondi: Non credo che il mio sia un modo pessimista di vedere la realtà, semplicemente mi guardo attorno e racconto cosa vedo. Penso sia molto consolante e facile definirlo “pessimista”, io parlo d’impazienza, d’insofferenza, di motori propulsivi per cambiare le cose.
Il demo è abbastanza diverso dal lavoro finito. Che apporto gli hai dato?
Giorgio Canali: E’ stato marginale e superfluo, abbiamo cercato di dare una veste alle stronzate che scriveva Vasco (ridono – ndr), una veste decente che potesse andare anche al di là del mondo indie, stupido e autistico italiano. C’è anche questo da dire, per sei mesi Vasco è stato etichettato come fenomeno effervescente, poi quando l’album è uscito era una roba da San Remo di merda. Non è così, le sue parole sono importanti, come diceva Nanni Moretti quindici anni fa “Le parole sono importanti, tutto il resto non conta”. Io penso che la cosa valida dell’album, come del demo, siano il susseguirsi di emozioni scritte in un italiano stentoreo, spesso raffazzonato, che però evoca emozioni. Poi alla fine le note, gli accordi o le atmosfere musicali aiutano un po’ a sentire queste cose più vicine, ma fondamentalmente il “fenomeno” Vasco credo sia una questione di emozioni che camminano sulle parole incatenate.
Come mai hai deciso di dare una colonna sonora alle tue emozioni? E’ evidente che l’importanza dei testi supera di gran lunga la parte musicale. Perché un musicista e non uno scrittore?
Vasco Brondi: Le parole arrivano in un certo modo anche perché non sono semplicemente scritte in un libro, sono più immediate quando si crea intorno un’atmosfera musicale. Le due cose vanno di pari passo, si fondono. E comunque è più semplice far arrivare la musica alle persone. Per esempio, ora mi stanno contattando un po’ di case editrici per scrivere delle cose, sai quanti hanno da dire qualcosa ma non hanno l’opportunità di farla pubblicare!
Ci sono due scuole di pensiero che riguardano Vasco: alcuni lo credono un genio e lo idolatrano, altri pensano che sia sopravvalutato. Cosa ne pensi?
Giorgio Canali: Coglioni i primi e coglioni i secondi (ridono – ndr)! Non puoi idolatrare qualcuno, stai male, vai rinchiuso! Puoi stimarlo ma se dopo i diciannove, vent’anni, mitizzi un cantante, sei malato!
C’è qualcosa di pronto per un prossimo album?
Vasco Brondi: Da quando ho quindici anni non ho mai smesso di scrivere. Probabilmente alcune delle robe su cui sto lavorando andranno a finire in un nuovo disco, alcune rimarranno nel mio PC, altre, scritte su dei fogli di carta, le perderò.


