New Releases 23 Maggio 2005

Odissey

Preparatevi, ragazzi, e preparatevi bene, perchè gli anni ’80 stanno tornando. Anzi, sono già tra noi

Artista
Fischerspooner
Etichetta
Capitol

Il tempo non passa invano. Nel campo delle sette note, in special modo, un certo distacco aiuta a valutare meglio dischi e generi che al loro manifestarsi erano stati valutati in modo frettoloso. Chiamatelo pure revisionismo, poco ce ne cala, è l’unica definizione che esiste e non è neanche detto che sia una mala cosa.
Prendiamo, a caso, il fermento elettronico britannico dei primi anni ottanta: se si voleva essere vilipesi, al tempo, bastava asserire che gli Human League erano degli innovatori, pronunciarsi favorevolmente verso i (primi) Duran Duran, od esaltare le frenesie vocali di Marc Almond ed i loop sintetizzati di Marc Ball dei Soft Cell. Tanto bastava per essere ostracizzati da quella cerchia di saputi in cui si era decretato che musica vera corrispondeva a chitarre e sudore, e che il techno-pop era solamente l’ultima moda plastificata e deficiente proveniente dal Regno Unito. Fast-forward ai nostri giorni, però, e vediamo che il termine “autentico” non ha più nessuna, ma assolutamente nessuna valenza positiva. Ci si è accorti improvvisamente (un po’ in ritardo, forse? Noi lo avevamo capito da un pezzo) che tra sincero e fasullo c’è una tal sottile distinzione che non vale la pena di perderci il sonno. Ci si è accorti che quegli artisti all’epoca stroncati senza pietà sono stati dei pionieri, gente che ha inciso sul loro futuro – che è poi il nostro presente – molto più di quanto quegli sventati critici non si aspettassero, laddove: i Depeche Mode sono citati come importante influenza da innumerevoli della scena odierna, con Johnny Cash (!) che interpreta la loro “Personal Jesus”, si incensano gli Human League, i Duran Duran fanno il tutto esaurito ai recenti “reunion shows” mentre la “nuova” critica si inchina alla menzione del loro nome, e gruppi contemporanei come Ladytron e Fischerspooner attingono a piene mani da Gary Numan, Kraftwerk e Visage.
Già, i Fischerpooner, per l’appunto. Che dopo il brillante ma altalenante esordio “#1” nei giorni del movimento cosiddetto “electroclash”, oggi ci propongono un album più ambizioso e basato sul formato “canzone”, che di fatto è uno spettacoloso omaggio alle sonorità di cui alla prima metà degli anni ’80. Di “Odissey” si può dire, intanto, che si tratta di un artefatto pressochè unico, in quanto, a parte Warren Fischer (musica) e Casey Spooner (voce) non c’è praticamente nessun altro, oggi, che incida roba di questa fatta, una sorta di operazione di salvataggio e riproposizione di quanto era valido e salvabile in quel periodo storico. O.K., si può anche asserire che i Fischerspooner non inventano un bel nulla, limitandosi a riciclare a destra e a manca, ed è cosa vera. Il punto, però, è che lo fanno straordinariamente bene – e, supponiamo, con enorme passione – e che oggi un’operazione del genere non è né sterile né scontata né scaltra, ma al contrario possiede un’enorme importanza nel sottoporre una nuova generazione di ascoltatori a sonorità che devono as-so-lu-ta-men-te continuare a girare.
Essendo americani, non deve destare stupore che Fischer e Spooner abbiano a mente la lezione dei connazionali Devo (nel singolo “Just Let Go”, supportato per una volta da chitarre elettriche, e nella conclusiva cover dei Boredoms “Circle”, che assai ricorda quel “Devo Corporate Anthem” che chiudeva “Duty Now For The Future”). Le influenze predominanti su “Odissey”, però, sono indubbiamente britanniche. E così, “Cloud” riecheggia i Pet Shop Boys dei primi due album, “Get Confused” possiede una linea vocale che fa rimembrare qualcosa di già ascoltato da Simon Le Bon, “Happy” sa di New Order, e per lunghi tratti si ha l’impressione – gia avuta per “#1” – che i Fischerspooner abbiano ascoltato spessissimo e volentierissimo i Visage di Steve Strange. Badate bene comunque che stiamo parlando dei “migliori” Pet Shop Boys, dei Duran degli esordi, dei New Order del periodo “Technique” e dei Visage del primo – non del secondo – album, quello che conteneva l’epica “Fade To Grey”, per intenderci. Insomma, oltre ad essere meritevole per i motivi esposti in premessa, “Odissey” è anche un signor disco di pop elettronico, che all’epoca in questione non avrebbe certo demeritato. Una menzione particolare deve poi andare ai 3 pezzi “anomali”: la ritmata (quasi “housata”) ed insistente “We Need A War”, con testo – presumibilmente ironico – della recentemente deceduta Susan Sontag, e i due lenti atmosferici che appaiono verso la fine, “Ritz 107” e “All We Are”; quest’ultimo, per qualche recondito nostro motivo non meglio spiegabile, ci ricorda “One” degli U2, e se pubblicato come singolo potrebbe finalmente dare ai Fischerspooner quel successo che tanto agognano e meritano.
Preparatevi, ragazzi, e preparatevi bene, perchè gli anni ’80 stanno tornando. Anzi, sono già tra noi.