Martedì 27 maggio i Quintorigo hanno tenuto un concerto presso l’Alpheus di Roma in occasione della manifestazione MarteLive08. Abbiamo approfittato della loro presenza in “suolo romano” per incontrarli e porgergli alcune domande in concomitanza con l’uscita del loro nuovo album Quintorigo Play Mingus, un’opera tributo, ma non solo, ad uno dei più grandi jazzisti del novecento, Charles Mingus. Valentino Bianchi, sassofonista del gruppo, con grande disponibilità e gentilezza, “si è concesso” alle nostre domande...
Charles Mingus fu un genio del jazz; un personaggio eclettico, un autentico artista a 360 gradi che ha comunicato con la forza della sua musica sentimenti ed emozioni che hanno lasciato una forte impronta nel storia del ‘900... ma personalmente, emotivamente, artisticamente perché i Quintorigo hanno deciso di realizzare questa sorta di tributo alla sua persona? E’ giusto, è una domanda onesta... anzitutto premetto che noi per quanto abbiamo sempre esplorato vari generi musicali, mescolato la classica con il rock, in realtà abbiamo sempre avuto tutto e cinque una grande passione per il jazz, ciascuno di noi ha sempre suonato a modo suo, quindi il nostro sogno era quello prima o poi di dedicarci ad un progetto esclusivamente jazz, insomma fra le altre cose, non è esclusivo; poi una volta presa questa decisione, in realtà insomma il jazz è un universo nel quale ci si può muovere in vari modi... a quel punto abbiamo deciso di.. piuttosto che pescare o scrivere cose nostre, abbiamo deciso di fare un tributo che in realtà è qualcosa di più di un tributo ad un personaggio che ci era particolarmente caro, sia da un punto di vista artistico, perché è stato uno dei più grandi compositori del secolo scorso, che da un punto di vista umano, perché ha avuto una vita straordinaria, intensa ed ha sempre cercato di sperimentare, e questo è un aspetto che si avvicina anche alla nostra estetica, quella della sperimentazione, Mingus ha inventato dei generi ancor prima che esistessero, come il free jazz, ha mescolato anche lui le radici gospel con l’avanguardia, la musica classica e la musica caraibica... e in più tutta la sua opera e anche la sua vita è permeata da degli ideali forti al contrario di altri jazzisti che magari riassumevano il loro lavoro in un ideale puramente estetico o si dissolvevano nell’eroina come tanti altri... lui invece ha sempre avuto la preoccupazione di lasciare un messaggio, un messaggio che è molto attuale, un messaggio di pacifismo, di antinazismo, data l’epoca, ma in realtà il suo antinazismo è pacifismo punto e basta, e di lotta contro il razzismo, contro ogni forma di razzismo, e lui che insomma era un musicista negro negli anni ’50-’60 negli Stati Uniti questa cosa l’ha vissuta drammaticamente sulla sua pelle. Quindi sì, c’è l’aspetto musicale ma c’è anche l’aspetto umano-ideologico che noi cerchiamo di ricreare dal vivo... poi se me lo chiederai ti spiegherò com’è lo spettacolo...
Infatti proprio su questo, riprendendo uno dei punti che mi hai appena detto, citando testualmente dal vostro comunicato stampa, tra i punti essenziali che hanno dato vita al progetto Quintorigo Play Mingus vi è quello di “tratteggiare uno spaccato della società americana ante e dopoguerra, con riferimento alle tematiche razziali, politiche e di costume”; dopo aver dunque individuato “questa realtà” che considerazioni traete ad oggi, personalmente e come musicisti... in contrapposizione a quella... voi avete tracciato questo spaccato, di quell’epoca, attraverso la sua musica... e quello di oggi? Eh, come ti ho detto, secondo noi questi ideali non hanno una scadenza; la pace, l’uguaglianza, la possibilità di esprimersi, di esprimere la propria arte, sono ideali che vanno sempre bene, sono sempre verdi, e poi noi cerchiamo... non prendiamo una posizione precisa, nel senso che lasciamo che sia il pubblico a capire, ad emozionarsi ascoltando la sua vita... è chiaro che poi noi non diamo degli insegnamenti, noi semplicemente divulghiamo, facciamo conoscere Mingus a chi non lo conosce, e sono tanti, potevamo farlo anche per qualsiasi altro artista o pensatore, abbiamo scelto lui e lo facciamo tramite lui, insomma il messaggio forse è veramente universale.
Quintorigo Play Mingus è un progetto composto (esibizione live, proiezioni su maxi schermo...)che non vede esclusivamente la realizzazione di un album, ma anche la sua esecuzione con concerti che diventano vere e proprie performance interpretative e la realizzazione di uno spettacolo teatrale; cosa suscita in voi un’esibizione così impegnativa e quali sono stati gli aspetti realizzativi più complessi ma anche quelli che vi hanno emozionato di più? C’è anche qui da fare una premessa che noi abbiamo un sacco di idee sempre, abbiamo sempre cercato di fare le cose al meglio, però dobbiamo sempre scontrarci con problematiche di budget, di logistica di soldi, fondamentalmente, non siamo i Pink Floyd quindi non abbiamo potuto fare quello che veramente volevamo fare, però abbiamo cercato di adattare i nostri mezzi nel modo migliore per poter creare così quest’idea che avevamo di opera completa; cioè il nostro concerto, non è un concerto tributo in cui 5 musicisti suonano degli arrangiamenti di Mingus, è qualcosa di più; la musica chiaramente ha un valore preponderante, però ci sono delle video proiezioni, ci sono dei documentari che noi abbiamo cercato e poi abbiamo montato e abbiamo adattato, c’è Mingus che suona il pianoforte, noi lo accompagnamo e quindi così c’è un dialogo serrato tra ciò che si vede e ciò che si sente; ci sono delle letture fatte da Luisa che è anche attrice, oltre che cantante, delle letture dalla sua autobiografia, un libro bellissimo che consigliamo a tutti che si chiama “Peggio di un Bastardo“ e non solo, anche giornali d’epoca, tutto chiaramente tagliato nella maniera giusta, perché dura un’ora ed un quarto... e c’è una scenografia minimale, fatta da un fondale con delle serigrafie e delle lampade che si illuminano, ciascuna per ogni musicista... è alla fine una specie di opera che serve proprio a raccontarci il personaggio a tutto tondo, cioè anche nei suoi aspetti di vita, nei suoi aspetti caratteriali, si raccontano anche aneddoti, e poi c’è questo filo cronologico, che abbiamo visto ha una forte presa emozionale sul pubblico, perché si comincia dall’infanzia, proprio nei lontani anni ’40, infanzia difficile... e intervallando musiche e arrangiamenti e proiezioni si impara così la vita di Mingus fino alla morte e abbiamo notato che anche senza volerlo questa progressione cronologica piace al pubblico che addirittura arriva alle volte a commuoversi, ad emozionarsi, quindi siamo soddisfatti... è chiaro che, poi se vuoi parliamo anche del disco... il disco chiaramente... hai una domanda specifica sul disco o posso continuare? - Puoi continuare tranquillamente… – il disco chiaramente non può rappresentare tutto questo, però ci sono le musiche accuratamente registrate ed in più supplisce all’aspetto visivo con la presenza di ospiti, che sono ospiti di grande riguardo, due sono jazzisti italiani ma di fama internazionale, Gabriele Mirabassi al clarinetto ed Antonello Salis alla fisarmonica che sono nostre vecchie conoscenze, noi avevamo già suonato con loro, erano già venuti ospiti sia in studio che sul palco in passato ed è sempre un piacere suonare con questi mostri sacri e poi hanno dato voce anche a due musicisti amici delle nostre parti che sono Christian Capiozzo, che è il figlio di Giulio Capiozzo il batterista degli Area, con il quale collaboriamo spessissimo, è un grande batterista, e Michele Francesconi che è un pianista, un giovane talento di Faenza, molto bravo, con il quale suoniamo spesso…quindi il disco presenta anche degli ospiti... importanti – una scelta rilevante – sicuramente.
Ho letto una vostra frase in cui voi dite “Noi apprezziamo tutte le espressioni musicali belle, esteticamente ed acusticamente, belle ed appaganti, quindi non ci poniamo limiti di genere musicale o di periodo...” dunque nessun genere in particolare, nessun periodo... però se proprio dovessi indicarmi un genere musicale ed un periodo che affrontate con maggior volontà o comunque che vi accompagna, in parte, sempre nel vostro percorso musicale…ci sarà un qualcosa, una tematica costante, chiaramente anche con le sue variazioni...? A questa domanda si può rispondere da diversi punti di vista; il fatto che finalmente dopo dieci anni abbiamo fatto un disco di jazz è la dimostrazione che il jazz fosse il genere che più ci affascina soprattutto in questo momento... però in realtà noi più che genere, proprio perché crediamo poco nella divisione in generi musicali, letterari, pittorici, cioè la divisione netta è una cosa che si fa a posteriori che magari fanno i critici o i didatti per studiare il fenomeno artistico, ed è utile, per carità! però in realtà spesso l’artista non si pone il problema di rientrare in un genere... un artista del ‘900, è chiaro che un artista del settecento aveva dei canoni ben più precisi..., cioè probabilmente se avessimo chiesto a Mingus: ma tu che musica fai? - lui non ti avrebbe risposto, ti avrebbe detto: io faccio musica - così come se lo avessero chiesto a Bob Marley: che musica fai?- non ti avrebbe detto: io faccio il reggae... io faccio musica, faccio la mia musica - quindi noi più che apprezzare o studiare i generi preferiamo studiare le personalità storiche. La storia delle nostre cover, per esempio, ti risponde, ti da una risposta; noi abbiamo fatto cover, siamo partiti dai Beatles, vabbè bella scoperta, per arrivare ai grandi del rock come Jimi Hendrix, David Bowie, agli Area come fenomeno anche locale, italiano, ecco già l’analisi delle nostre cover che sono sempre scelte ad hoc ti dà la risposta su che cosa prediligiamo, cioè noi prediligiamo le espressioni belle a prescindere dal genere in cui si collocano... a noi piace Mozart, una volta aprivamo il concerto con una sinfonia di Mozart, ci piace Stravinsky, lo vorremmo anche suonare sul palco, solo che quando poi vai a suonare nei club diventa difficile... il nostro concerto un po’ lo rispecchia questo... è un atteggiamento secondo noi doveroso, cioè il musicista del XXI secolo deve come minimo conoscere tutto il patrimonio che ci sta dietro; è anche una scelta difficile e anche rischiosa perché a volte rischi veramente di fare dei minestroni, oppure di non avere una tua identità…noi crediamo che nel tempo, se non altro, bello o brutto che sia, di aver trovato un’identità, di aver trovato un suono che è il nostro.
Voi avete avuto modo di collaborare con personaggi molto importanti tra i quali Franco Battiato, Carmen Consoli, Ivano Fossati, Roberto Gatto, sono solo alcune delle importanti collaborazioni che vi hanno visti impegnati; quali tra queste avreste il piacere di ripetere ed invece con chi avreste il piacere di collaborare? Sono quelle domande alle quali è difficile o rischioso rispondere... diplomaticamente alla prima ti dico che ogni esperienza ci ha dato qualcosa, a volte anche in negativo, più spesso in positivo... di quelli che hai citato, per esempio, per alcuni rimane il rimpianto di aver fatto veramente poco... per esempio Battiato lo abbiamo conosciuto una sera, abbiamo suonato con lui, abbiamo percepito il carisma di questo personaggio però purtroppo tutto si è concluso lì; con Fossati abbiamo lavorato un pochino di più, io personalmente molto di più perché ho suonato anche in un suo disco e mi è piaciuto tantissimo...l’ho trovata una persona davvero sbalorditiva... poi i jazzisti... anche se alcuni li abbiamo visti un po’ distaccati, un po’ presi dall’aspetto ludico della musica, per assurdo,… cioè per noi suonare con Rava era una cosa incredibile, è successo, abbiamo potuto “comprarcelo”, per noi era il coronamento del sogno di una vita, e lui la prima volta è stato gentile e professionale, per carità, ha fatto delle cose bellissime, però per lui era una delle tante... poi dopo è tornato ed invece si è appassionato di più. Con chi ci piacerebbe suonare …- in questo momento, così restringiamo il campo… - in questo momento ci piacerebbe tirare dentro in questo spettacolo, a questo progetto, qualche jazzista veramente internazionale, che ne so, un chitarrista sperimentatore come Bill Frisell, o come il trio Madaski, Martin & Wood, cioè insomma personaggi magari dell’ambito del jazz però sperimentatori che sicuramente con noi si troverebbero bene... chiaro che anche Marsalis andrebbe bene però più che un personaggio assolutamente mainstream ci piacerebbe avere uno sperimentatore, un po’ come siamo noi nel nostro piccolo, non so... il corrispettivo dei Quintorigo nel panorama jazzistico internazionale, questo ci piacerebbe...
I vostri progetti per il futuro? Progetti per il futuro, adesso è presto parlarne perché siamo freschi di quest’uscita e vogliamo portarla avanti il più possibile... - anche tournèe... - una cosa che sicuramente riusciremo a fare in questo giro è quella di esportarci all’estero perché il disco è internazionale, è stato stampato e distribuito in Inghilterra... - da un’importantissima etichetta discografica... – quindi contiamo di andare un po’ fuori finalmente, è da tanti anni che ci pensiamo. Suonare questa musica ci carica, ci mette alla prova ogni sera, quindi vogliamo continuare a farlo anche per sempre, volendo; parallelamente abbiamo avvertito un po’ di nostalgia nei confronti delle nostre radici più rock, più distorte, più metallare, quindi dal punto di vista discografico non è escluso che a tempi brevi ci rimetteremo a scrivere qualcosa di più rock, di più Quintorigo originario, anche per il nostro pubblico perché comunque ci conosce, ci segue anche per questo.
Concludiamo con un desiderio che vuoi esprimere... professionale, la cosa che in questo momento rappresenta il gruppo, il desiderio vero, vivo del gruppo... Se ti dovessi esprimere un desiderio irrealizzabile... per la prima volta riuscire a vendere parecchi dischi e a fare di questo lavoro un lavoro anche economicamente soddisfacente, ma non tanto per le nostre tasche, quanto per il sistema, perché la musica in Italia purtroppo non è tutelata, non è remunerativa se non in alcuni casi rarissimi che sono pilotati comunque dài... invece un desiderio realizzabile è che ci piacerebbe fare scoprire al nostro pubblico, ed al pubblico in generale, un po’ di Mingus, un po’ di jazz... quindi di avere un po’ questa funzione divulgativa: se c’è una persona che comprando il nostro disco si appassiona e poi si fa la discografia di Mingus la missione si può ritenere compiuta, può anche buttare via il nostro dopo... sarebbe una soddisfazione per noi.
Articolo del
07/06/2008 -
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